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mercoledì 26 settembre 2012

lunedì 17 settembre 2012

Bollettino dal Sisma - EDIZIONE SPECIALE - Sull'ordinanza di sgombero a Cavezzo

abato 15 Settembre 2012

In merito alle recenti polemiche scatenate sulla pagina facebook dell’intervento, pubblichiamo alcuni chiarimenti sulla “questione ordinanza di sgombero a Cavezzo”. Invitiamo tutti quelli che hanno voluto partecipare alla discussione a rileggere con attenzione il commento che abbiamo postato insieme alla foto dell’Ordinanza n. 1162/2012 del 6 Settembre.

Partendo dal presupposto che vivere in tenda per oltri tre mesi significa subire una condizione di precarietà e disagio che chiunque vorrebbe evitare, crediamo che tutti coloro che si trovano ancora attendati abbiano incontrato particolari difficoltà a trovare un alloggio differente, degno ed economicamente accessibile. Emettere un'ordinanza di sgombero prima che i contributi previsti per supportare l'autonoma sistemazione siano stati erogati significa non voler tenere in considerazione le necessità contingenti della cittadinanza, ma preoccuparsi soltanto di ristabilire una fantomatica normalià di tipo amministrativo che non necessariamente coincide per tutti con un reale ritorno alla normalità della vita quotidiana. Di nuovo si cerca di riportare la normalità attraverso l'intervento delle forze dell'ordine, cosa già accaduta in passato e che non ha certo prodotto risultati di cui andare fieri.  Come già scritto nel commento all'ordinanza, “uno sgombero non risolve il problema ma più semplicemente lo scarica sui nuclei familiari e sui singoli interessati”.

Al di là delle considerazioni generali, la polemica si è concentrata su alcuni casi specifici che conosciamo e seguiamo da Luglio. Nei Bollettini dal Sisma di Agosto avevamo raccontato alcune vicessitudini legate ad un gruppo di ospiti del Palaverde:
Un grosso padiglione con centinaia di brandine ospita la zona dormitorio, fuori una zona mensa e degli spazi comuni, il tutto gestito dalla Protezione Civile. (…) Le barriere linguistiche, le condizioni di precarietà legate al permesso di soggiorno, le differenze culturali che a volte assumono grande rilevanza, come durante il Ramadan, sono tutti elementi che si sommano alle dinamiche di “convivenza forzata” e riorganizzazione della comunità che l’emergenza comporta. Il dialogo con l’amministrazione su questo è stato proficuo: l’incontro tra l’utenza che si rivolgeva al nostro campo e i servizi messi a disposizione dal comune è stato garante di una buona gestione del centro rispetto alla tutela delle usanze culturali e alla fase di chiusura che lo interesserà a breve.

In questo contesto ci ha spiacevolmente colpito l’episodio di Giovedì sera, causato dall’intervento dei Carabinieri davanti al Campo Abruzzo. Nonostante gli accordi che intercorrevano tra l’assessorato alle politiche sociali, i volontari delle BSA e gli operatori di Emergency, le forze dell’ordine hanno ritenuto opportuno invitare alcuni ragazzi migranti a smontare le loro tende dal sito che era stato individuato come più opportuno per loro.
[Bollettino dal Sisma n°1 – 6 Agosto 2012]
Il 10 Agosto il Palaverde – centro di accoglienza quasi esclusivamente per stranieri – ha chiuso. Come al solito, la fase di transizione ad altra sistemazione, sia essa il Campo Abruzzo oppure autonoma, non è stata lineare per tutti. Chi non può dimostrare la residenza non riceve in automatico la famosa tessera come gli altri. E come spesso accade chi ha maggiori problemi con i documenti, di questo tipo soprattutto, sono proprio i migranti. Per ora alcune di queste persone sono accampate fuori dal Campo Abruzzo. Hanno una tessera che scadrà il 31 Agosto, poi si vedrà. Di nuovo.
[Bollettino dal Sisma n°2 – 13 Agosto 2012]

Una settimana fa l'Assessore Ferraguti ci contatta chiedendoci di comunicare a queste persone l'intenzione del Sindaco di emettere un'ordinanza di sgombero. Come già scritto ci siamo attivati per comprendere a fondo le singole situazioni e per ragionare insieme ai diretti interessati su come potessero evitare l'allontanamento forzato. Abbiamo provato insieme ad individuare reti di sostegno amicali o familiari anche fuori dal Comune di Cavezzo, disponibili a offrire ospitalità o sostenerli nella ricerca di un alloggio. Nel frattempo ritenevamo opportuno che almeno fino all'individuazione di una sistemazione autonoma alternativa fosse loro assicurato l'accesso ai pasti e ai servizi di base, diritto che crediamo innegabile per tutti i terremotati. L'Assessore ci ha improvvisamente negato qualsiasi confronto sia telefonico sia frontale, rifiutandosi di fatto di affrontare il problema attraverso il dialogo come eravamo abituati a fare. Dopo sei giorni di silenzio veniamo a conoscenza dell'effettiva esistenza dell'ordinanza, datata 6 Settembre, peraltro non ancora pubblicata sul sito del Comune. Decidiamo di diffondere il provvedimento denunciandone l'inadeguatezza e contestando la scelta politica dell'amministrazione.

Troviamo scandaloso che in uno dei suoi commenti l’Assessore si sia riferita ad una distinzione tra “veri” e di conseguenza “non veri” terremotati sulla base dell’impossibilità da parte di alcuni di dimostrare la residenza nel Comune di Cavezzo. Crediamo fermamente che l’accesso ai diritti non possa essere condizionato dal poter o meno dimostrare a livello burocratico di aver lavorato e vissuto per anni sul territorio, specie se si tratta di migranti (per lo più integrati nel tessuto sociale), perché tutti conosciamo bene le difficoltà che la condizione di straniero comporta in tal senso.

L'accusa che ci viene mossa di aver montato “nottetempo” delle tende in una “zona destinata agli sfollati del Comune di Cavezzo” è del tutto infondata in quanto le uniche tende da noi installate fuori dal Campo Abruzzo erano quelle concordate i primi di Agosto (v. Bollettino n°1). Avevamo rilevato un aumento delle presenze in altre tende fuori dal Campo, ma l'unica fornita da noi era a disposizione di un solo caso, una madre con 5 figli minorenni, di cui l'Assessore era pienamente a conoscenza essendosi anch'essa prodigata insieme a noi e ai Servizi Sociali per farsene carico. Dopo l'ordinanza la famiglia se n'è andata, non sappiamo dove.

Proprio perché riconosciamo la notevole mole di lavoro dell’amministrazione e dei Servizi Sociali, con cui non sentiamo certo l’esigenza di porci in contrasto, ci eravamo proposti di fungere da tramite nel tentativo di facilitarne il lavoro senza dover ricorrere ad ordinanze e sgomberi. Chi ci accusa di “creare conflitto ad hoc” sicuramente non conosce tutto il percorso che ci ha visti impegnati negli ultimi mesi in questo senso. Fino a qualche giorno fa questo ruolo era riconosciuto e apprezzato dall’amministrazione stessa e lo dimostra la telefonata ricevuta dall’Assessore per chiederci ancora una volta di intercedere con le persone attendate, in virtù del rapporto di fiducia che abbiamo instaurato nei mesi con loro. Non comprendiamo l’improvviso cambio di rotta, che avviene guarda caso poco dopo il nostro trasferimento dal Comune di Cavezzo ad altro sito.

A chi ci accusa di aver attaccato l’Assessore rinnoviamo l’invito a rileggere il nostro commento: non si tratta di una questione personale né di un attacco mirato, ma di un problema di mancata comunicazione e collaborazione con il piano istituzionale locale, che non dipende dalla nostra volontà.

A chi nelle polemiche ha ricordato il ruolo di Rifondazione Comunista rivolgiamo le nostre perplessità sulla pertinenza della precisazione, convinti che la scelta dell’amministrazione di provvedere ad uno sgombero sia una scelta politica e non partitica.

Pensiamo di essere stati sufficientemente esaustivi e precisi nella ricostruzione cronologica dei fatti. Pertanto lasceremo il piacere di continuare queste inutili polemiche a chi ha tempo per farlo. Per noi il "botta e risposta" si chiude qui, continuando oltre tutto a pensare che una buona collaborazione non possa fondarsi sulle discussioni di Facebook ma debba passare per il confronto diretto vis-à-vis, al quale non ci siamo mai tirati indietro.

I confronti che ci interessano sono quelli che riguardano l'urgenza dei provvedimenti necessari per sostenere la popolazione in modo concreto, a partire dai finanziamenti per gli alloggi e la ricostruzione.Gli interclocutori al riguardo non sono certo le amministrazioni locali, ma tutti i livelli istituzionali dai quali esse dipendono. Se l'intento di collaborazione e disponibilità espresso è sincero, i Comuni dovrebbero unirsi alla popolazione e ai comitati per fare pressione su Regione e Governo affinchè si diano risposte immediate e reali.

C'è tanto da fare, prima di parlare. Andiamo avanti perchè l'Emilia è ancora scossa.


giovedì 13 settembre 2012

[BSA NAZIONALE] solidarietà ed autorganizzazione: bollettino dal sisma n°6


Lunedì 10 Settembre 2012

“Le direttive sono queste, bisogna raccontare solo cose felici”. Sono le parole udite con le nostre orecchie da un giornalista di un’importante emittente tv nazionale. “Purtroppo” - aggiungeva durante una chiacchierata informale – “perché così si censurano cose importanti”. Avrebbe voluto raccontare l’Emilia per come stanno le cose veramente, avrebbe voluto descrivere e divulgare la realtà dei fatti, piuttosto che dipingerne ad arte una versione decisa a tavolino. Ma anche il migliore articolo o servizio non servirebbe a nulla se non venisse pubblicato, meglio adeguarsi alla linea cercando semmai di carpire elementi interessanti qua e là. Non ci siamo rimasti male, non più di tanto, perché “è così, si sa”. Basta sfogliare le pagine dei quotidiani locali per rendersi conto che si tratta di un atteggiamento diffuso: la missione è raccontare della veloce ripresa delle attività produttive, della tenacia degli emiliani, delle reti di solidarietà; dare speranza alla gente, evitando inutili pessimismi e soprattutto critiche scomode.

Queste ed altre valutazioni sul livello dell’informazione dentro l’emergenza ci hanno spinti ad inventarci una campagna mediatica per riportare a galla la questione Terremoto&Ricostruzione. Così avevamo chiamato la nuova fase dell’intervento BSA in Emilia e con lo stesso slogan ci eravamo già attivati nei territori da cui provengono i nostri volontari per organizzare iniziative di divulgazione e autofinanziamento. L’Emilia è ancora scossa, diamoci una mossa! Quando poi abbiamo saputo che la Nazionale avrebbe svolto gli allenamenti a Medolla abbiamo deciso di andarci anche noi, per portare il messaggio all’attenzione di tutti.
Sullo striscione la firma non era la nostra, ma quella del Comitato Sisma.12, un gruppo di terremotati che con l’aiuto di volontari e professionisti sta cercando di fare chiarezza sugli innumerevoli decreti usciti in questi mesi, sul livello di attivazione delle amministrazioni locali e soprattutto sulla ricostruzione. Volevamo dar voce a loro perché il principio fondamentale su cui si basano tutti i nostri interventi è proprio l’autorganizzazione: il nostro non è un aiuto di stampo assistenziale, ma un supporto all’attivazione delle persone stesse che con le nostre attività sosteniamo.

Grazie ai cittadini che hanno da subito deciso di intraprendere questa strada, il Comitato rappresenta un esempio concreto di come unendo le forze e organizzandosi insieme è possibile “darsi una mossa” ed essere attori protagonisti delle vicende che accadono intorno a noi. Dalla Pagina Facebook Sisma.12:
“Il Comitato nasce dall'esigenza dei cittadini del “cratere” di dotarsi di uno strumento, che li rappresenti in tutto il territorio coinvolto dal sisma di Maggio. Vuole in qualche modo proseguire l'idea di partecipazione civile, al fine di proporsi come contenitore di informazioni, idee e progetti. Le singole attività rischiano nel tempo di diventare un interlocutore debole, mentre l'associarsi consente di produrre una base attenta, numerosa e vigile che dovrà per forza di cose essere tenuta in considerazione da tutte le funzioni pubbliche che opereranno in futuro per la ricostruzione della “Bassa” e per la sua gestione.”
Continueremo dunque a spronare gli italiani ad informarsi su quanto accade in queste terre e a supportare gli emiliani che si stanno dando da fare per il proprio futuro.

Girando per la Bassa, tuttavia, spesso abbiamo incontrato un certo sentimento di rassegnazione da parte di molti terremotati. Dalle chiacchiere che scambiamo con gli abitanti del posto ogni volta che facciamo una staffetta o che li incontriamo per strada, ci pare di intendere che l’impianto politico e amministrativo dell’intera zona seppur criticato da molti sia allo stesso tempo considerato come un dato di fatto, una sorta di monolite che giace nelle strutture istituzionali governando il territorio in modo indisturbato e indisturbabile. Il moto di propulsione all’autogestione e all’organizzazione dal basso in Emilia c’è e si è fatto sentire da subito, ma pare almeno in parte sospinto più dall’idea che “a chiedere non si ottiene mai niente, meglio fare da sé”, piuttosto che dall’esigenza di attivarsi in prima persona per cambiare lo stato di cose esistente.

E’ vero, c’è la crisi. E’ vero, il terremoto era inaspettato e forse ha davvero colto tutti impreparati. Ma pretendere che l’emergenza venga finanziata immediatamente è doveroso, oltre ad essere un diritto. Pretendere una gestione meno complicata e a tratti contraddittoria di quella che gli innumerevoli decreti comportano, sarebbe un modo per favorire chiarezza e trasparenza e magari anche agevolare la partecipazione della società civile. Pretendere che ogni singolo cittadino possa decidere come ricostruire la propria casa, chiedere che nelle opere di riedificazione vengano utilizzate le tecniche della bioedilizia ad impatto zero e nel rispetto dell’ambiente, chiedere che ci si preoccupi della possibilità di un progressivo abbandono del territorio come è successo a l’Aquila, non sono solo rivendicazioni legittime ma precise richieste politiche necessarie perché gli apparati statali si pongano come obiettivo il benessere delle persone e degli spazi di vita piuttosto che gli interessi economici e gli sbocchi imprenditoriali che ogni emergenza può rappresentare.

Cercheremo di tenere insieme rivendicazioni e autorganizzazione a partire dalla rilevazione dei bisogni delle persone, sia quelli materiali che con le Staffette proveremo a soddisfare al meglio, sia tecnici e di informazioni, mettendo a disposizione il nostro camper per gli architetti e i professionisti del Comitato. Stiamo organizzando uno sportello itinerante che a partire da Domenica girerà per la Bassa ad incontrare le domande più urgenti per tentare di fornire il maggior numero di risposte possibile.

Abbiamo ricostruito il Campo Base lavorando sodo per due settimane, abbiamo realizzato tutto con le nostre forze non senza momenti di stanchezza e fatica, affrontando una ad una le difficoltà che ogni giorno si presentavano. Ma lo abbiamo fatto con passione e determinazione, perché ci crediamo davvero. Vogliamo continuare ad esserci, per dimostrare che la Solidarietà Attiva può realmente rivelarsi un’arma vincente.

Brigate di Solidarietà Attiva

Per INFO sul Comitato SISMA.12: http://www.facebook.com/groups/233851983404092/

martedì 11 settembre 2012

[BSA NAZIONALE] l'Emilia è ancora scossa, diamoci una mossa!


La ricetta di Errani per le macerie del terremoto: diventeranno materiale per la costruzione della CisPadana
di Anna Pellizzone, Milano in Movimento

Mettete in una terrina un’autostrada da costruire, le macerie di un terremoto e qualche milioncino di denaro pubblico.  Amalgamate il tutto con un mestolo fatto di tutta la miopia, la pavidità e l’obsolescenza che un’amministrazione può avere nella gestione di un territorio.

A seconda dei gusti, aggiungete all’impasto un alto rischio di infiltrazioni mafiose nel settore del movimento terra, un decreto legge di dubbia accortezza che dispone la “trasfigurazione” delle macerie da rifiuti speciali a rifiuti urbani, e l’ombra della speculazione edilizia su un territorio da ricostruire.
Stendete l’amalgama così ottenuto in una teglia fertile e pianeggiante del diametro di circa 70 chilometri e cuocete a fiamma alta, il più in fretta possibile, sull’onda di un’emergenza.
Sfornate, e guarnite il tutto con la scomparsa di centinaia di ettari di terreno, con l’annientamento di una moltitudine di piccole imprese agricole – già in difficoltà per il terremoto, per la siccità e per la concorrenza della grande distribuzione – e con la proliferazione di poli logistici ai margini dell’autostrada.
Versate nei piatti e servite, ricordandovi che questa pietanza mal si sposa con il parmigiano e l’aceto balsamico DOP che avete in tavola.
La ricetta sopradescritta è una trovata del presidente della regione Emilia Romagna e commissario delegato Vasco Errani e fa riferimento a un’ordinanza emessa lo scorso 2 settembre, in cui si dispone che le macerie del terremoto che ha colpito la Bassa siano utilizzate per costruire l’autostrada Cispadana.
Il provvedimento, che prevede un finanziamento di 7,5 milioni di euro, viene descritto dai suoi fautori come una “sperimentazione” lungimirante che ambirebbe a risolvere due problemi in uno: quello dell’accumulo di macerie e quello della costruzione di una nuova infrastruttura, peraltro fortemente contestata dai cittadini della Bassa.
L’opera, giustificata da una apparentemente irrinunciabile necessità di collegare la bassa reggiana da Reggio fino a Ferrara, prevede un tracciato di 67 Km, 4 autostazioni, 2 aree di servizio, per un investimento pari a 1 miliardo e 150 milioni di euro, di cui circa 180 da parte della Regione

Ma siamo sicuri che per l’Emilia – una terra già ferita dal terremoto, famosa per i propri prodotti agroalimentari, che produce il 17% della frutta italiana e che vanta il primato nella produzione da agricoltura biologica in Italia – la ricostruzione debba partire dalle grandi opere?
 I dati Istat 2010 relativi all’Emilia Romagna parlano chiaro: il numero delle aziende agricole è in calo (- 31%) e in particolare sono in diminuzione quelle di piccole dimensioni. Così come è in contrazione la superficie agricola utilizzabile e trasformabile (Sau), ridottasi del 5,5% rispetto al censimento precedente.
Il tentativo di “convertire” i mattoni dell’Emilia pre-terremoto in asfalto per la Cispadana, non stupisce. Si tratta di una scelta in perfetta sintonia con quanto avviene ogni giorno in tutta la penisola: dalla Tem alla BreBeMi, dalla Pedemontana alla Tirreno-Brennero, sono ben 32 la autostrade in costruzione o in progettazione in tutta Italia. Con una concentrazione dei cantieri particolarmente alta in Pianura Padana. Lo spiega bene Luca Martinelli in un suoarticolo su L’Altreconomia.
Lo schema è sempre lo stesso, sempre la stessa l’ossessione: richiamare attraverso ilproject financing nuovi investimenti. Poco importa per che cosa saranno utilizzati, da chi arriveranno, chi ne trarrà benefici. L’importante è costruire, descrivere come indispensabili reti di collegamento grandi opere che in realtà frammentano il territorio e perseverare nel puntare tutto sulla proliferazione di nuovi cantieri e nuovi poli logistici. Come se l’obiettivo finale fosse costruire e basta. I cittadini vengono tranquillizzati dal fatto che lo Stato, direttamente, ci investe poco o niente, e intanto si dà il via libera a un processo pressoché irreversibile: la cementificazione del suolo. E con essa la perdita di migliaia di piccole e medie realtà imprenditoriali che da sempre sono state il motore dell’economia italiana.

Chi giustifica la costruzione di nuove autostrade sostenendo che si tratti di opere necessarie per stare al passo con l’Europa, dice il falso. Perché la rete autostradale italiana è di gran lunga più densa rispetto alla media europea (2,2 chilometri di rete ogni 100 kmq di superficie, contro 1,5). Eppure, soprattutto di questi tempi, non sembra che in Italia ce la si passi poi tanto bene. L’assioma per cui la ricchezza di un Paese sarebbe direttamente proporzionale alle sua rete autostradale andrebbe quindi rivisto…
La frammentazione del territorio attraverso la costruzione di nuove infrastrutture non è la terapia di cui la Pianura Padana, una delle aree più inquinate d’Europa, hanno bisogno per far ripartire l’economia.
La sindrome di Nimby, l’integralismo di certi ambientalisti e gli ideologismi non c’entrano. C’entrano l’agricoltura, il lavoro, il benessere, la salute e, sì, anche la cultura degli emiliani. C’entrano gli interessi della maggior parte dei cittadini. C’entra un’altra idea di sviluppo e la difesa della terra: un bene irrinunciabile non tanto, o non solo, per romanticismo, ma perché ci dà da mangiare. C’entra l’esclusione dei cittadini dalle scelte che riguardano il territorio.
C’entra, per tornare all’Emilia, il fatto che il terremoto può e deve fare della Bassa un luogo dove incoraggiare nuove forme di produzione, distribuzione, autogestione e consumo. E non un laboratorio per sperimentare la conversione delle macerie in asfalto.

da Milanoinmovimento.
 Link originale: http://milanoinmovimento.com/primo-piano/ricetta-errani-macerie


Siamo del tutto consapevoli che la situazione dell'Emilia è a grande distanza dal trovare una soluzione equa e dignitosa per tutti. Conosciamo la difficile situazione dei lavoratori, alcuni dei quali stretti tra cassaintegrazione e delocalizzazioni, conosciamo le difficoltà di chi ha una casa inagibile e non ha nessuna prospettiva.
Per questo abbiamo spostato il nostro campo base di Cavezzo a San Possidonio, ricostruendolo tenda per tenda, perchè è chiaro che gli emiliani hanno ancora bisogno di aiuto pratico e sostegno politico. Siamo quindi ripartiti con le staffette per portare i beni di prima necessità a chi ancora ne ha bisogno e a breve avvieremo  attivamente il punto d'ascolto itinerante.

LA BASSA E'ANCORA SCOSSA, DIAMOCI UNA MOSSA!

BRIGATE SOLIDARIETA' ATTIVA