SOLIDARIETÀ ANTIFASCISTA INTERNAZIONALE
SABATO 21 SETTEMBRE ALLE ORE 17.00 MANIFESTAZIONE
VIA CAVOUR SOTTO IL CONSOLATO GRECO
PAVLOS VIVE!
La Grecia rappresenta per molti di noi un chiaro esempio della violenza con cui le misure economiche di austerità si scatenano contro la classe lavoratrice, i disoccupati e i più deboli; al tempo stesso però, è anche un esempio della resistenza che questi soggetti esprimono giorno dopo giorno.
Ma se la crisi e le sue ricadute materiali generano resistenza osserviamo anche il preoccupante riaffacciarsi nell’attualità dello scontro politico, in molti Stati europei ed in forme diverse, di un fenomeno che pensavamo di aver sconfitto: il fascismo.
In Grecia Alba Dorata agisce nei modi classici della dottrina fascista, con le stesse collusioni con ampi settori dello stato - padroni, esercito, forze di polizia - che coprono e finanziano i suoi membri, garantiscono loro impunità e trasformano la paura per il futuro in necessità di sicurezza: è così che il fascismo torna a rappresentare per la classe dominante un modo possibile di gestione della crisi.
I fascisti di Alba Dorata hanno iniziato con la caccia all'immigrato e le ronde passando poi all'aggressione fisica nei confronti dei militanti di partiti e sindacati di sinistra con agguati e attacchi alle loro sedi.
Visualizzazione post con etichetta internazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta internazionale. Mostra tutti i post
venerdì 20 settembre 2013
martedì 21 febbraio 2012
Repressione in Bajo Aguán: Brigata Internazionalista fermata dai militari
Oggi pomeriggio, 19 febbraio, dopo la chiusura
dell’Incontro Internazionale dei Diritti
Umani in solidarietà con l’Honduras, la Brigata
Internazionalista alla quale partecipavo e che si
stava recando in visita alle comunità di contadini
nelle terre occupate dagli stessi, è stata fermata da
un comando militare composto da oltre 13 soldati armati
di M16 d’assalto che dopo aver fatto scendere tutti i
partecipanti (oltre trenta persone tra giornalisti,
difensori dei diritti umani e osservatori
internazionali) hanno concentrato le loro “attenzioni”
su un gruppo di contadini della comunità di Marañones,
dell’associazioneMovimiento Campesino Unitario Aguán
(MUCA). In
particolare su Gerardo Argueta, coordinatore
della comunità, che da oltre un anno riceve continue
minacce di morte e persecuzioni di vario tipo e la cui
vita corre serio pericolo. Tuttavia oggi, grazie alla
presenza dei numerosi osservatori internazionali,
giornalisti e difensori dei diritti umani, la
situazione dopo circa mezz’ora si è risolta senza
ulteriori problemi.
Dobbiamo comunque denunciare, innanzitutto
l’atteggiamento arrogante e violento dei membri
dell’esercito nei confronti dei contadini che sono stati
perquisiti con le mani dietro la testa come se fossero
volgari delinquenti e ai quali senza nessuna spiegazione
sono stati sottratti i documenti personali,
successivamente restituiti, ma anche l’atteggiamento
intimidatorio verso la stampa. Ai giornalisti presenti
e’ stato detto di mettere via le macchine fotografiche e
videocamere altrimenti sarebbero state requisite.
I partecipanti all’Incontro Internazionale che
si è svolto in questi giorni a Tocoa, nel Bajo Aguán si
sono potuti rendere perfettamente conto della difficile
situazione che vivono le comunità organizzate di
contadini della zona. Tutta la regione e’ fortemente
militarizzata con posti di blocco permanenti alle vie
di accesso alle comunità e spesso con caserme
dell’esercito all’interno delle stesse e nei pressi
delle scuole pubbliche, come avviene nella comunità di
Guadalupe Carney.
Si invitano la stampa internazionale e i
giornalisti indipendenti a non spegnere i riflettori sul
Bajo Aguán, spesso quando questi incontri internazionali
finiscono e ognuno fa ritorno nei propri paesi, è il
momento in cui le persone che rimangono rischiano di
più.
Per ulteriori informazioni la pagina web dell’Incontro
Internazionale http://mioaguan.blogspot.com/ e la pagina web del giornalista Giorgio
Trucchi Rel-UITA anche lui membro della Brigata.
Una galleria di foto di Giorgio Trucchi su
quanto accaduto.
Annalisa Melandri
giovedì 22 settembre 2011
“Memoria” di Salman Natur – Edizioni Q – Biografie, 8° (pagg. 97 – 99)
Da un passo del diario di quei giorni atroci,che i Palestinesi subirono:
(Dopo Auschwitz e Mauthausen, dopo Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, un’altra tragedia da non dimenticare: la Nakba.)
1948
Dove sono i tuoi giorni Abu Isaf?
Il vecchio, col rosario ciondolante tra le dita e gli occhi azzurri velati, lancia un profondo sospiro, raddrizza un po’ la schiena e indugia, come se volesse chiedere aiuto ad Abu Isaf:
- Nel 1948, quando ci hanno espulso, bastava dire che venivamo da Hamiat Shab perché la gente ci
aprisse il cuore. Non abbiamo consegnato chiavi e non ne abbiamo preso in custodia. Abu Isaf se n’è andato, che Dio sia con lui. Lavorava alle ferrovie e andava da un posto all’altro, per raccogliere le cartucce delle pistole. Un giorno è venuto al villaggio con un fucile marca Tank Rifle, un vero cannone, che aveva una gittata di sette chilometri.
Abbiamo fortificato il paese, decisi a resistere. Birwa e Mi’ar sono cadute, ma il nostro paese ha continuato a resistere compatto. Si sono installati sui monti dirimpetto e hanno chiuso le strade, ci hanno circondato e hanno cominciato a sparare a tutto ciò che si muoveva: Hussein Ali Hamid che pascolava il gregge nel campo dei Marka, Mustafà Safi e Ahmad Arami che stavano scegliendo la verdura, Ahmad al-As’ad che stava curando alcune piante di tabacco nei terreni di Disa, la figlia di Abdalla Musa che coglieva le verdure nel terreno di Banana. Li hanno ammazzati. Ci davano la caccia, ci eliminavano a uno a uno.
Chi ancora? Moglie, aiutami a ricordare. Fatima, la sorella di Ahmad Abdallah stava raccogliendo fichidindia e Zahra Mussa che stava sul muretto, le hanno sparato ed è caduta davanti ai nostri occhi. Tutte ragazze nel fiore degli anni, tra i venti e i venticinque anni, non ancora compiuti. Abbattevano i nostri giovani come uccelli.
Ata Asadi, un giovane nel fiore degli anni.
Yahya As’ad, quindici anni, ucciso a Majd al-Kurum.
Mahmud Taha e Ali As’ad, figlio dello sheikh Muhammad, due dei ragazzi più belli del nostro paese, fucilati in mezzo alla strada, davanti agli occhi della gente.
Taceva, come se il racconto gli si fosse rappreso tra le labbra. Oscillando la testa, fissava il giovane trentenne che gli sedeva accanto e non si stancava di dirgli: - Caro, ti prego, racconta la tua storia,racconta.
Mi’ar
L’uomo che sedeva accanto al vecchio, aveva sei anni quando cadde Mi’ar. I bulldozer avevano raso al suolo il paese e gli abitanti erano fuggiti verso Majd al-Kurum, Ramish, Alam al-Shaab, o nella direzione opposta, attraverso sentieri tortuosi. I camion militari li prendevano e li buttavano a terra a Lajjun.
Nel mese di maggio di quell’anno, l’esercito era entrato nel paese e aveva espulso gli abitanti di Shaab, a parte qualche anziano e qualche donna. Gli espulsi hanno capito che, questa volta, la musica era diversa, che non si trattava di una lite tra paesi vicini e neanche del <<giorno della demolizione delle case>>, e sono tornati di nascosto a Shaab, passando per gli uliveti e i sentieri impervi del monte Arid.
Gli ulivi erano carichi: Uomini, donne e bambini siamo entrati a raccogliere le olive, a rubare nelle nostre proprietà! Nelle nostre terre! Un collaborazionista, arrivato in paese con la sua famiglia e le truppe dell’esercito, ci ha scoperto. Ci hanno raggiunto a Marj al-Ghuzlan, il “Prato delle Gazzelle”, e hanno cominciato a pestarci:
- Signore, la prego….
Non ho detto altro.Avevo sei anni. Appena ho alzato le mani, un bastone ha martellato la mia schiena. Sentivo dolore dappertutto. Dopo ci hanno portato sull’aia, piena di orci colmi di olio, e spinto nel pollaio, dove siamo stati torturati a lungo, prima di farci uscire. Eravamo in quindici, quindici bambini.
Hanno circondato il villaggio e ci hanno ordinato di abbandonarlo. Ce ne siamo andati, con le poche cose che eravamo riusciti a caricare sul dorso degli asini. Avevamo appena raggiunto la vetta della montagna, quando hanno aperto il fuoco. La gente si è nascosta tra glòi alberi. Con noi marciavano anche mio cugino e il figlio dei nostri vicini. Mio padre gli ha raccomandato di fermarsi, ma i due ragazzi hanno proseguito. L’esercito li ha catturati all’ingresso del paese.
Mamma mia! Cosa no hanno fatto, senza alcuna pietà, a questi giovani nel fiore degli anni! La strada era piena di rovi, li hanno denudati, gettati a terra, obbligati a strisciare a pancia in giù, poi li hanno uccisi. Quando mi hanno sentito urlare <<Li hanno ammazzati! Li hanno ammazzati!>>, ci sono venuti addosso dall’altra parte, ci hanno legati, messi al muro e riempiti di botte. Con le mani in alto, piangevamo e gridavamo:
- La prego, mister, la prego!
Abbiamo visto la morte con i nostri occhi. Vedevamo in ciascuno di loro quaranta uomini. E noi, cosa eravamo, noi?! Bambini di sei anni!
Gli anziani si erano messi a terra e le ragazze si imbrattavano il viso, perché avevano paura che le violentassero. Hanno incaprettato mio padre, sono uscito e ho cercato rifugio tra un gruppo di donne, una zia mi ha coperto col suo corpo, un soldato si è avvicinato di corsa e ha chiesto:
- Dove, baby?
- No baby, mister.
Continuavano a seguirci, quando al tramonto siamo arrivati a Majd al-Kurum.
PALESTINA: NON TUTTI CON ABU MAZEN, I GIOVANI PROTESTANO
Se i sondaggi indicano un forte consenso nei Territori occupati all’iniziativa all’Onu del presidente dell’Anp, allo stesso tempo non mancano le critiche. Il “Movimento giovanile palestinese” stronca la richiesta di adesione della Palestina all’Onu. Nena News pubblica il loro comunicato

COMUNICATO
Noi, del Movimento Giovanile Palestinese (PYM), ci opponiamo alla proposta di riconoscimento dello stato palestinese con i confini del 1967, che verrà presentata alla Nazioni Unite questo settembre da parte della leadership palestinese. Noi crediamo ed affermiamo che la dichiarazione di uno ‘Stato di Palestina’ sia solo il completamento del processo di normalizzazione che ha avuto inizio con gli erronei accordi di Oslo. Questa iniziativa non riconosce né affronta la questione che il nostro popolo continua a vivere in un regime coloniale basato sulla pulizia etnica della nostra terra e sulla subordinazione e lo sfruttamento del nostro popolo.
Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il quadro difettoso del processo di pace e per depoliticizzare la lotta per la Palestina attraverso la rimozione della lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una pace falsa con la normalizzazione del regime coloniale ci hanno solo portato a rinunciare a quantità sempre più grandi della nostra terra, ai diritti del nostro popolo e alle nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione compromette i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi dei palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, palestinesi che, dalla Nakba (la catastrofe) del 1948 aspettano di tornare nelle loro case dalle quali sono state sfollati.
In questo modo si compromette anche la posizione dei palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziste del regime coloniale. Inoltre, questa dichiarazione incentiva e spinge i palestinesi e i partner arabi ad agire come i guardiani dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Le fondamenta di questo processo servono solo ad assicurare la continuazione dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato cristallizzerà confini falsificati su un frammento della storica Palestina e continuerà a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, le colonie, i rifugiati, i prigionieri politici, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione non possa né garantire né promuovere la giustizia e la libertà dei palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà nessuna pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa della dichiarazione dello stato palestinese viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta con metodi democratici da tutto il suo popolo e che pertanto non rappresenta la popolazione palestinese nella sua totalità. Questa proposta è un fabbricazione politica progettata dalla leadership palestinese per nascondersi dietro l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di soddisfare la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare dei nostri fratelli e delle nostre sorelle di Gaza, e addirittura dirottando il lavoro dei movimenti di solidarietà internazionale, come il BDS( Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Indipendentemente dal fatto che la proposta per il riconoscimento statale venga accettata o meno, chiediamo ai palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e ai palestinesi della diaspora di continuare ad essere devoti ed impegnati alla nostra lotta e a difenderla, traendo ispirazione dai loro diritti e dalle loro responsabilità.
Facciamo appello ai popoli liberi del mondo e agli alleati del popolo palestinese, a mostrare una reale solidarietà con i palestinesi in una lotta anti-coloniale, non schierandosi a favore o contro la dichiarazione di uno stato palestinese, ma piuttosto continuando a considerare Israele responsabile e pertanto boicottandola dal punto di vista economico, accademico e culturale.
Fino a quando ritorneremo e saremo liberi
Consiglio Centrale Internazionale
Movimento dei Giovani Palestinesi
COMUNICATO
Noi, del Movimento Giovanile Palestinese (PYM), ci opponiamo alla proposta di riconoscimento dello stato palestinese con i confini del 1967, che verrà presentata alla Nazioni Unite questo settembre da parte della leadership palestinese. Noi crediamo ed affermiamo che la dichiarazione di uno ‘Stato di Palestina’ sia solo il completamento del processo di normalizzazione che ha avuto inizio con gli erronei accordi di Oslo. Questa iniziativa non riconosce né affronta la questione che il nostro popolo continua a vivere in un regime coloniale basato sulla pulizia etnica della nostra terra e sulla subordinazione e lo sfruttamento del nostro popolo.
Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il quadro difettoso del processo di pace e per depoliticizzare la lotta per la Palestina attraverso la rimozione della lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una pace falsa con la normalizzazione del regime coloniale ci hanno solo portato a rinunciare a quantità sempre più grandi della nostra terra, ai diritti del nostro popolo e alle nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione compromette i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi dei palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, palestinesi che, dalla Nakba (la catastrofe) del 1948 aspettano di tornare nelle loro case dalle quali sono state sfollati.
In questo modo si compromette anche la posizione dei palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziste del regime coloniale. Inoltre, questa dichiarazione incentiva e spinge i palestinesi e i partner arabi ad agire come i guardiani dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Le fondamenta di questo processo servono solo ad assicurare la continuazione dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato cristallizzerà confini falsificati su un frammento della storica Palestina e continuerà a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, le colonie, i rifugiati, i prigionieri politici, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione non possa né garantire né promuovere la giustizia e la libertà dei palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà nessuna pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa della dichiarazione dello stato palestinese viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta con metodi democratici da tutto il suo popolo e che pertanto non rappresenta la popolazione palestinese nella sua totalità. Questa proposta è un fabbricazione politica progettata dalla leadership palestinese per nascondersi dietro l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di soddisfare la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare dei nostri fratelli e delle nostre sorelle di Gaza, e addirittura dirottando il lavoro dei movimenti di solidarietà internazionale, come il BDS( Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Indipendentemente dal fatto che la proposta per il riconoscimento statale venga accettata o meno, chiediamo ai palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e ai palestinesi della diaspora di continuare ad essere devoti ed impegnati alla nostra lotta e a difenderla, traendo ispirazione dai loro diritti e dalle loro responsabilità.
Facciamo appello ai popoli liberi del mondo e agli alleati del popolo palestinese, a mostrare una reale solidarietà con i palestinesi in una lotta anti-coloniale, non schierandosi a favore o contro la dichiarazione di uno stato palestinese, ma piuttosto continuando a considerare Israele responsabile e pertanto boicottandola dal punto di vista economico, accademico e culturale.
Fino a quando ritorneremo e saremo liberi
Consiglio Centrale Internazionale
Movimento dei Giovani Palestinesi
lunedì 19 settembre 2011
Grazie al boicottaggio mondiale,l'azienda AGREXCO è FALLITA!
Stop Agrexco Italia ha il piacere di condividere con voi la notizia che l'esportatore israeliano, oggetto della nostra campagna, è stato messo in liquidazione, pagando anche il prezzo della complicità con la violazione del diritto internazionale. Ringraziamo tutte e tutti che hanno sostenuto la campagna in Italia. Seguiremo con attenzione, insieme alla Coalizione Europea Contro Agrexco, gli sviluppi della vendita dell'Agrexco, ma per ora festeggiamo questa notizia positiva!
Di seguito la traduzione del comunicato stampa del Comitato Nazionale Palestinese per il Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, che si trova anche sul nostro sito: http://stopagrexcoitalia.org/news/262-agrexco-liquidazione.html.
Stop Agrexco Italia
http://stopagrexcoitalia.org
http://www.facebook.com/stopagrexcoitalia
La società civile palestinese accoglie con favore la notizia che Agrexco va in liquidazione, e invita a celebrare questa vittoria della campagna BDS
Gli attivisti per i diritti dei palestinesi festeggiano la notizia che Agrexco, il più grande esportatore israeliano di prodotti agricoli che è stato un obiettivo chiave del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) a sostegno dei diritti dei palestinesi, va in liquidazione su ordine del tribunale dopo non essere stato in grado di pagare i propri creditori.
Agrexco, in parte di proprietà dello Stato israeliano, è responsabile dell'esportazione di gran parte dei prodotti agricoli freschi israeliani, tra cui il 60-70% dei prodotti agricoli coltivati negli insediamenti illegali di Israele nei Territori Palestinesi Occupati (OPT). Nella traduzione dei documenti del tribunale sul processo di liquidazione ottenuta dal BNC, è chiaramente indicato che Agrexco ha agito come una filiale dello Stato di Israele, di fatto fornendo sussidi statali al settore agricolo. I documenti includono critiche al governo per aver consentito all'azienda il default sul proprio debito e avvertono anche che Agrexco è un simbolo primario di Israele e che il suo crollo potrebbe avere grandi implicazioni.
"Ci congratuliamo e salutiamo calorosamente i nostri partner europei per la loro campagna dedicata e determinata contro l'Agrexco. Questa decisione segue la notizia che Veolia, multinazionale francese che ha perso miliardi di euro in contratti municipali a causa della sua fornitura di infrastrutture per gli insediamenti illegali israeliani, è di fronte a un crollo finanziario. Chiaramente, il movimento BDS sta maturando e fa alzare il costo della complicità aziendale con i crimini di guerra israeliani. Campagne BDS strategiche stanno dimostrando, attraverso successi quotidiani, che BDS è la forma più efficace di solidarietà necessaria per sfidare il sistema israeliano di colonialismo, occupazione e apartheid", ha detto Jamal Juma', coordinatore della campagna Stop the Wall e membro della segreteriato BNC.
Adel Abu Ni'meh, direttore del Sindacato degli agricoltori palestinesi, un'organizzazione membro del BNC, ha accolto con favore la notizia, ma ha avvertito che "i beni di Agrexco sono ancora in vendita. Stiamo seguendo da vicino la questione e facciamo appello a tutte le società internazionali affinchè ritirino le loro offerte. Le aziende che acquisteranno beni dell'Agrexco e nomi di marchi o che cercheranno di sostituire l'azienda nella veste di principale esportatore israeliano di prodotti agricoli, saranno allo stesso modo prese di mira da parte del movimento BDS".
Agrexco è stato obiettivo di campagne di boicottaggi popolari, blocchi, manifestazioni e azioni dirette in tutta Europa. In Francia, una vasta coalizione della società civile che comprende decine di organizzazioni, ha intrapreso un'azione legale contro la società e si è opposta ferocemente alla costruzione di un terminale a Sete, che è rimasto inutilizzato sin dalla sua costruzione. In Italia e nel Regno Unito, gli attivisti hanno intrapreso azioni dirette e campagne di pressione perché i supermercati abbandonassero il marchio Agrexco.
Nel mese di luglio, una nuova coalizione di organizzazioni provenienti da oltre 13 paesi europei si è impegnata a "mettere fine alla presenza di Agrexco in Europa" (http://stopagrexcoitalia.org/news/comunicati/255-dichiarazione-montpellier.html). La coalizione seguirà gli sviluppi e potrebbe avviare nuove campagne in risposta al risultato della liquidazione.
Come ha dichiarato l'autorevole economista israeliano Shir Hever, la campagna europea contro la società è stata tra i fattori che hanno portato alla rovina della società. "È stato notato che l'azienda ha prodotto report fuorvianti, e che non ha messo in guardia gli investitori del possibile impatto della campagna BDS nel boicottare i prodotti dell'azienda. Molti agricoltori hanno lasciato la società, scegliendo di lavorare con i concorrenti che non sono ancora al centro della campagna BDS, e come risultato Agrexco è entrata in una crisi di liquidità. Diverse aziende hanno preso in considerazione di fare delle offerte per l'acquisto dell'Agrexco, ma hanno ritirato le loro offerte, dopo una breve ricerca che indubbiamente ha rivelato il risalto dato alla società nella campagna BDS, tra le altre cose," ha spiegato.
La campagna contro l'Agrexco è stata avviata in risposta all'appello del 2005 da parte della società civile palestinese al boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele e i suoi sostenitori fino a quando lo stato non sarà conforme al diritto internazionale, ponendo fine all'occupazione e smantellando il Muro dell'apartheid, assicurando l'uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele e attuando il diritto dei profughi di tornare alle loro case come stabilito nella risoluzione ONU 194.
NOTE:
* Stop Agrexco Italia è nata nel mese di ottobre del 2009 e raggruppa più di 75 organizzazioni nazionali e locali, ONG, sindacati e partiti politici, tra cui Assopace, Federazione della Sinistra, FIOM-CIGL, Pax Christi Italia, Rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione), Un Ponte Per. Ha portato avanti campagne di pressione nei confronti dei supermercati italiani che commecializzano i prodotti dell'Agrexco, attraverso azioni dirette, video, raccolte firme e flashmob.
* Il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) è una coalizione di gruppi della società civile palestinese. Si è formato come punto di riferimento palestinese per la campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che ha portato all'appello palestinese del luglio 2005 per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, con l'adesione sin dall'inizio di oltre 170 organizzazioni palestinesi. http://www.bdsmovement.net/
Di seguito la traduzione del comunicato stampa del Comitato Nazionale Palestinese per il Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, che si trova anche sul nostro sito: http://stopagrexcoitalia.org/news/262-agrexco-liquidazione.html.
Stop Agrexco Italia
http://stopagrexcoitalia.org
http://www.facebook.com/stopagrexcoitalia
La società civile palestinese accoglie con favore la notizia che Agrexco va in liquidazione, e invita a celebrare questa vittoria della campagna BDS
Gli attivisti per i diritti dei palestinesi festeggiano la notizia che Agrexco, il più grande esportatore israeliano di prodotti agricoli che è stato un obiettivo chiave del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) a sostegno dei diritti dei palestinesi, va in liquidazione su ordine del tribunale dopo non essere stato in grado di pagare i propri creditori.
Agrexco, in parte di proprietà dello Stato israeliano, è responsabile dell'esportazione di gran parte dei prodotti agricoli freschi israeliani, tra cui il 60-70% dei prodotti agricoli coltivati negli insediamenti illegali di Israele nei Territori Palestinesi Occupati (OPT). Nella traduzione dei documenti del tribunale sul processo di liquidazione ottenuta dal BNC, è chiaramente indicato che Agrexco ha agito come una filiale dello Stato di Israele, di fatto fornendo sussidi statali al settore agricolo. I documenti includono critiche al governo per aver consentito all'azienda il default sul proprio debito e avvertono anche che Agrexco è un simbolo primario di Israele e che il suo crollo potrebbe avere grandi implicazioni.
"Ci congratuliamo e salutiamo calorosamente i nostri partner europei per la loro campagna dedicata e determinata contro l'Agrexco. Questa decisione segue la notizia che Veolia, multinazionale francese che ha perso miliardi di euro in contratti municipali a causa della sua fornitura di infrastrutture per gli insediamenti illegali israeliani, è di fronte a un crollo finanziario. Chiaramente, il movimento BDS sta maturando e fa alzare il costo della complicità aziendale con i crimini di guerra israeliani. Campagne BDS strategiche stanno dimostrando, attraverso successi quotidiani, che BDS è la forma più efficace di solidarietà necessaria per sfidare il sistema israeliano di colonialismo, occupazione e apartheid", ha detto Jamal Juma', coordinatore della campagna Stop the Wall e membro della segreteriato BNC.
Adel Abu Ni'meh, direttore del Sindacato degli agricoltori palestinesi, un'organizzazione membro del BNC, ha accolto con favore la notizia, ma ha avvertito che "i beni di Agrexco sono ancora in vendita. Stiamo seguendo da vicino la questione e facciamo appello a tutte le società internazionali affinchè ritirino le loro offerte. Le aziende che acquisteranno beni dell'Agrexco e nomi di marchi o che cercheranno di sostituire l'azienda nella veste di principale esportatore israeliano di prodotti agricoli, saranno allo stesso modo prese di mira da parte del movimento BDS".
Agrexco è stato obiettivo di campagne di boicottaggi popolari, blocchi, manifestazioni e azioni dirette in tutta Europa. In Francia, una vasta coalizione della società civile che comprende decine di organizzazioni, ha intrapreso un'azione legale contro la società e si è opposta ferocemente alla costruzione di un terminale a Sete, che è rimasto inutilizzato sin dalla sua costruzione. In Italia e nel Regno Unito, gli attivisti hanno intrapreso azioni dirette e campagne di pressione perché i supermercati abbandonassero il marchio Agrexco.
Nel mese di luglio, una nuova coalizione di organizzazioni provenienti da oltre 13 paesi europei si è impegnata a "mettere fine alla presenza di Agrexco in Europa" (http://stopagrexcoitalia.org/news/comunicati/255-dichiarazione-montpellier.html). La coalizione seguirà gli sviluppi e potrebbe avviare nuove campagne in risposta al risultato della liquidazione.
Come ha dichiarato l'autorevole economista israeliano Shir Hever, la campagna europea contro la società è stata tra i fattori che hanno portato alla rovina della società. "È stato notato che l'azienda ha prodotto report fuorvianti, e che non ha messo in guardia gli investitori del possibile impatto della campagna BDS nel boicottare i prodotti dell'azienda. Molti agricoltori hanno lasciato la società, scegliendo di lavorare con i concorrenti che non sono ancora al centro della campagna BDS, e come risultato Agrexco è entrata in una crisi di liquidità. Diverse aziende hanno preso in considerazione di fare delle offerte per l'acquisto dell'Agrexco, ma hanno ritirato le loro offerte, dopo una breve ricerca che indubbiamente ha rivelato il risalto dato alla società nella campagna BDS, tra le altre cose," ha spiegato.
La campagna contro l'Agrexco è stata avviata in risposta all'appello del 2005 da parte della società civile palestinese al boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele e i suoi sostenitori fino a quando lo stato non sarà conforme al diritto internazionale, ponendo fine all'occupazione e smantellando il Muro dell'apartheid, assicurando l'uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele e attuando il diritto dei profughi di tornare alle loro case come stabilito nella risoluzione ONU 194.
NOTE:
* Stop Agrexco Italia è nata nel mese di ottobre del 2009 e raggruppa più di 75 organizzazioni nazionali e locali, ONG, sindacati e partiti politici, tra cui Assopace, Federazione della Sinistra, FIOM-CIGL, Pax Christi Italia, Rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione), Un Ponte Per. Ha portato avanti campagne di pressione nei confronti dei supermercati italiani che commecializzano i prodotti dell'Agrexco, attraverso azioni dirette, video, raccolte firme e flashmob.
* Il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) è una coalizione di gruppi della società civile palestinese. Si è formato come punto di riferimento palestinese per la campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che ha portato all'appello palestinese del luglio 2005 per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, con l'adesione sin dall'inizio di oltre 170 organizzazioni palestinesi. http://www.bdsmovement.net/
martedì 6 settembre 2011
Noticias desde Honduras
Asesinan a Olvin González, campesino del MUCA-margen izquierda
Olvin David González Godoy, joven de 24 años –casado, deja una niña de 8 meses- fue asesinado hoy en la madrugada. Era miembro de la Cooperativa 21 de Julio, afiliada al MUCA MI. Sus compañeros lo recogieron ya sin vida en el desvío que conduce a la cooperativa Marañones, aproximadamente a las 5:00 a.m.
Según una de las dirigentes del MUCA MI, el ahora occiso había pedido permiso a su cooperativa para visitar a su madre en la ciudad de San Pedro Sula.
Para los dirigentes de esa organización campesina no cabe duda que esta muerte tiene sus causas en el conflicto agrario que sigue sin solución. En un comunicado público de MUCA MI fechado ayer 1 de septiembre señalan que “el proyecto que se discute en el Congreso Nacional a fin de que se apruebe la compraventa de 4045 hectáreas entre ellos y Miguel Facusse Barjum, no ha sido socializado con las 28 empresas asociativas que conforman el MUCA y no expresa nuestro sentir y pensar”.
Insisten en que no avalan esta negociación “porque no se ajusta al convenio suscrito con el gobierno del Señor Porfirio Lobo Sosa en la ciudad de Trujillo, Colon, el 14 de abril de 2010” (sic).
Reiteran que “la violencia generalizada en el Valle del Bajo Aguan se debe a la falta de justicia social y a la impunidad manifiesta por la inoperancia de las autoridades” para luego agregar que “queda evidenciado que la militarización no es una solución al conflicto, (que más bien) ha contribuido a acelerarlo lo que se manifiesta en el incremento de asesinatos de dirigentes campesinos y ahora de dirigentes magisteriales. El paramilitarismo sigue a la orden del día realizando una supuesta labor de profilaxis social…”
FIAN Internacional Sección Honduras expresa su indignación por la impunidad con que se cometen violaciones a DDHH en esa región del país y donde la muerte se ha convertido en un hecho cotidiano que mantiene en la zozobra a los pobladores, especialmente a campesinos y maestros organizados.
FIAN, Tegucigalpa MDC, 2 de septiembre de 2011
martedì 30 agosto 2011
Sesto dirigente contadino ucciso quest'anno in Para.Saremo i prossimi a morire, afferma Trocate, dirigente MST dello stato (26/8/2011)
Le battaglie dei contadini e dei braccianti in generale in ogni parte del Mondo sono sempre una spina nel fianco al capitalismo ed alle multinazionali,per questo siamo presenti e solidarizziamo con tutte le lotte per la giustizia sociale.
Il 25 agosto è stato ammazzato un dirigente dei lavoratori rurali del Para,
Valdemar Oliveira Barbosa, di 54 anni, alle 10 del mattino, con colpi di
pistola indirizzati al volto e al collo, nel quartiere São Felix, alla
periferia di Maraba. I colpi sono stati sparati da un uomo a bordo di una
moto, guidata da un'altra persona. Entrambi erano a volto coperto.
Conosciuto come Piauí, Valdemar è il sesto dirigente contadino della
regione ucciso quest¹anno da pistoleiros. Nel mese di maggio Valdemar ha
denunciato che era stato minacciato di morte da Vicente Correa, proprietario
della fazenda California, nel municipio de Jacundá, dove Valdemar aveva
guidato una occupazione nel 2010. Nello scorso settembre la fazenda è stata
sgomberata. Valdemar tuttavia progettava di occuparla di nuovo e
probabilmente per questo è stato ucciso.
L'avvocato della CPT della regione, José Batista, sottolinea che la morte di
Valdemar e degli altri lavoratori rurali nella regione non sono casi
isolati. Alla base dei crimini c'è il clima di alta tensione creata dai
conflitti di interesse tra latifondisti, imprese minerarie e famiglie senza
prospettive.Questa è una regione di espansione dell'agrobusiness e degli
interessi minerari. Questo provoca una immigrazione molto consistente
soprattutto di famiglie del Nordest, ma non ci sono politiche pubbliche di
riforma agraria e di inclusione per queste famiglie. Le alternative che
restano loro sono solo le occupazioni urbane o rurali sostiene
l¹avvocato.Le occupazioni rurali in particolare sono state oggetto di
intense repressioni da parte dei latifondisti. Ci sono omicidi sui quali in
genere non si indaga. E' chiaro che l'impunità incoraggia il diffondersi
della violenza.
Viviamo in una situazione di ansia, pensando che saremo i prossimi a
morire si sfoga Charles Trocate, dirigente del MST, che accusa i piani del
governo contro la violenza di scarsa efficacia e l'attuale gestione del
governatore Simão Jatene (PSDB-PA) di scendere a compromessi con il
latifondo e di utilizzare la repressione invece del dialogo. La precedente
governatrice Ana Julia continua Trocate non aveva un progetto di
politica agraria ma dialogava con i movimenti contadini,non c'era allora
fuoco incrociato su di noi.
Il 25 agosto è stato ammazzato un dirigente dei lavoratori rurali del Para,
Valdemar Oliveira Barbosa, di 54 anni, alle 10 del mattino, con colpi di
pistola indirizzati al volto e al collo, nel quartiere São Felix, alla
periferia di Maraba. I colpi sono stati sparati da un uomo a bordo di una
moto, guidata da un'altra persona. Entrambi erano a volto coperto.
Conosciuto come Piauí, Valdemar è il sesto dirigente contadino della
regione ucciso quest¹anno da pistoleiros. Nel mese di maggio Valdemar ha
denunciato che era stato minacciato di morte da Vicente Correa, proprietario
della fazenda California, nel municipio de Jacundá, dove Valdemar aveva
guidato una occupazione nel 2010. Nello scorso settembre la fazenda è stata
sgomberata. Valdemar tuttavia progettava di occuparla di nuovo e
probabilmente per questo è stato ucciso.
L'avvocato della CPT della regione, José Batista, sottolinea che la morte di
Valdemar e degli altri lavoratori rurali nella regione non sono casi
isolati. Alla base dei crimini c'è il clima di alta tensione creata dai
conflitti di interesse tra latifondisti, imprese minerarie e famiglie senza
prospettive.Questa è una regione di espansione dell'agrobusiness e degli
interessi minerari. Questo provoca una immigrazione molto consistente
soprattutto di famiglie del Nordest, ma non ci sono politiche pubbliche di
riforma agraria e di inclusione per queste famiglie. Le alternative che
restano loro sono solo le occupazioni urbane o rurali sostiene
l¹avvocato.Le occupazioni rurali in particolare sono state oggetto di
intense repressioni da parte dei latifondisti. Ci sono omicidi sui quali in
genere non si indaga. E' chiaro che l'impunità incoraggia il diffondersi
della violenza.
Viviamo in una situazione di ansia, pensando che saremo i prossimi a
morire si sfoga Charles Trocate, dirigente del MST, che accusa i piani del
governo contro la violenza di scarsa efficacia e l'attuale gestione del
governatore Simão Jatene (PSDB-PA) di scendere a compromessi con il
latifondo e di utilizzare la repressione invece del dialogo. La precedente
governatrice Ana Julia continua Trocate non aveva un progetto di
politica agraria ma dialogava con i movimenti contadini,non c'era allora
fuoco incrociato su di noi.
Segnala questo messaggio HONDURAS, Urgente: Criminalizzazione e repressione del Movimiento Campesino del Bajo Aguan
in spagnolo e inglese qui: !!Alerta!!: Satanización y represión al Movimiento Campesino del Bajo Aguan.
L' articolo pubblicato oggi (25/08) dal giornale "La Prensa", proprietà di Jorge Canahuati Larach, dal titolo "Il « Comandante » dirige 300 uomini nell'Aguan", fa parte della campagna diretta ad arte per creare un clima di guerra in Honduras, il cui fine é il rafforzamento del sistema della "piantagione", basato sul latifondo e sullo sfruttamento della mano d'opera, che ha prodotto enormi profitti per un gruppuscolo di impresari produttori di palma africana.
Il conflitto agrario in Honduras si radicalizza in seguito all' approvazione, nel 1992, della Legge di Modernizzazione Agricola, che ha permesso di aggirare gli ostacoli esistenti in materia di proprietà terriera, dando luogo a enormi piantagioni concentrate nelle mani dei produttori delle palme della morte: Miguel Facussé, Reynaldo Canales e René Morales Carazo.
Attualmente in Honduras si contano più di 600mila famiglie che soffrono a causa della carenza di terra, nonostante ciò lo stato honduregno non ha elaborato nessuna strategia in materia agraria che possa risolvere la problematica sociale che affligge il paese.
La crisi del Bajo Aguan nasce come conseguenza del sistema della piantagione, che inizia a stabilirsi dai primi anni del '900, quando le compagnie produttrici di banane si appropriarono delle fertili valli dell' Honduras. Nel 2000, il successo degli agrocombustibili replica i crimini del passato, con l'aggravante che milioni di persone si trovano espropriate.
La militarizzazione sotto l'egida di Xatruch II, forza operativa integrata, la presenza di paramilitari che si muovono impunemente nella regione, la campagna mediatica che segnala la presenza di gruppi guerriglieri, ci fanno temere un'aggressione militare contro le nostre comunità contadine nel Bajo Aguan, specialmente quelle localizzate nella riva sinistra.
La fertile immaginazione dei giornalisti e degli organismi di intelligence, dai quali proviene la segnalazione della presenza del « Comandante » e dei 300 uomini armati é una vergogna per le Forze Armate e per il Ministero della Sicurezza che stanno esercitando uno stretto controllo sulla zona, in particolar modo dall'inizio dell'amministrazione di Porfirio Lobo e dei suoi assessori colombiani alla « sicurezza democratica ».
Il violento sgombero effettuato nella comunità di Rigores, dove sono state distrutte 114 abitazioni, oltre la chiesa e la scuola, é un chiaro segnale dell'attitudine che stanno assumendo i palmeros della morte, i suoi sicari e le forze repressive dello stato.
Noi, membri del movimiento campesino della riva sinistra del Bajo Aguan, temiamo per l'integrità delle nostre vite e delle nostre comunità, di fronte all'ondata repressiva destinata a compiacere l' elite al potere, che indica la problematica dell'Aguan come la ragione principale della perdita di investimenti di capitale straniero e nazionale nel paese, sostenendo che non vi é alcuna protezione della proprietà privata.
E' urgente fermare il massacro nel Bajo Aguan, sostienici mandando lettere alle autorità honduregne, chiedendo:
· il rispetto dei diritti umani dei contadini e delle contadine degli insediamenti: Aurora, Concepción, Rigores, Marañones, La Confianza, Lempira, movimiento de Orica e MARCA.
· La fine della politica persecutoria nel Bajo Aguan
· Una strategia statale che possa risolvere la grave problematica agraria nazionale che colpisce i contadini honduregni.
· La demilitarizzazione immediata della zona e il controllo dei gruppi paramilitari che si sono impadroniti della zona.
Inviate le lettere a:
Señor Porfirio Lobo Sosa
Presidente de Honduras
Casa Presidencial
Tel: (504) 2221-4545
Fax: (504) 2221-4570info@presidencia.gob.hn
Señor Oscar Alvarez
Ministro de Seguridad
Teléfonos: (504) 2220-4298 y (504) 2220-4299
Fax: (504) 2220-1711
Email: info@seguridad.gob.hn
Señor Juan Orlando Hernandez
Presidente Congreso Nacional
Barrio La Hoya, Tegucigalpa, Honduras
Teléfonos: (504) 2220-0188 (504) 2220-4031 (504) 2220-4790 (504) 2220-4831 (504) 2220-4864 (504) 2220-4865 (504) 2220-5500 (504) 2220-5500
martedì 23 agosto 2011
Honduras:Il massacro non si ferma nel Bajo Aguan
Il massacro non si ferma nel Bajo Aguán
di Giorgio TRUCCHI - LINYM
Tre contadini assassinati durante questo fine settimana
Lunedì 22 Agosto 2011-L'imponente spiegamento militare
ordinato da Porfirio Lobo, col proposito di "mettere ordine nel Bajo Aguán",
e gli atroci omicidi di queste ultime ore, non solo rivelano il fallimento del regime davanti al potere dei proprietari terrieri e produttori palmieri della zona,
ma evidenziano una volta di più che nel Bajo Aguán non potrà esserci pace
se non si risolve il grave conflitto agrario, legato alla mancanza di accesso alla terra
e ad un modello di sviluppo predatore.
Questa domenica (21/8) sono stati brutalmente assassinati Pedro Salgado, vicepresidente del MUCA (Movimiento Unificado Campesino del Aguán)
e presidente della cooperativa La Concepción, e sua moglie Reina Mejía.
Sono stati attaccati nella loro casa da sconosciuti ed uccisi
da vari colpi di pistola e con il machete.
Il giorno prima (20/8), sconosciuti incappucciati hanno aperto fuoco da una motocicletta contro Secundino Ruíz, presidente della Cooperativa San Isidro, appartenente al MARCA (Movimiento Auténtico Reivindicador Campesino del Aguán) ed Eliseo Pavón, anch' egli dirigente di questo gruppo contadino,
che si trovavano a bordo di un veicolo.
Nell'attacco ha perso la vita Ruíz,che godeva di misure di protezione concesse
dalla CIDH (Commissione Interamericana di Diritti Umani), mentre Pavón é risultato ferito e si sta rimettendo lentamente.
Secondo informazioni ancora non confermate provenienti dal Bajo Aguán,
questa domenica é stato rinvenuto nell'insediamento La Lempira il corpo mutilato di un contadino appartenente al MUCA, che suppostamente era sparito il giorno prima.
Con questa tragica sequela di eventi,che evidenzia l'inutilità della tanto propagandata Operazione "Xatruch II" e della dannosa presenza di più di 1.000 effettivi militari e polizieschi nel Bajo Aguán, sono 39 i contadini organizzati assassinati tra gennaio 2010 ed agosto 2011, 16 dei quali negli ultimi 5 mesi.
Quella nuova militarizzazione della zona - la terza in poco più di un anno- é stata ordinata dal regime di Porfirio Lobo e dal suo ministro di Sicurezza, Óscar Álvarez, per suppostamente "riportare l'ordine nel Bajo Aguán, dopo la morte di 11 persone-tra guardie di sicurezza del proprietario terriero Miguel Facussé, contadini, lavoratori e lavoratrici estranei al conflitto agrario-il passato 14 e 15 di agosto."
Questa tragica situazione,che nuovamente ha portato lutto al popolo honduregno ed ai contadini della Valle dell'Aguán, si incornicia in un conflitto agrario legato alla mancanza di accesso alla terra per migliaia di famiglie contadine, all'accaparramento di territori da parte di pochi proprietari terrieri e produttori palmieri, ed ad un modello di produzione e sviluppo agricolo che privilegia la depredazione del territorio e genera insicurezza alimentare.
Al momento, tutti gli accordi firmati tra il regime e le organizzazioni contadine sono stati trascurati, e nessuno degli omicidi commessi è stato chiarato dalle autorità incaricate dell'investigazione.
Solidarietà
In differenti occasioni, le organizzazioni nazionali di diritti umani hanno chiesto una soluzione immediata alla grave situazione del Bajo Aguán. Allo stesso modo, differenti organizzazioni internazionali hanno conformato una Missione di investigazione sulla situazione dei diritti umani in questa zona del paese.
Dopo aver pubblicato a Luglio la Relazione Finale della Missione, e l'aver presentato davanti alla CIDH e alla Sottocommissione di Diritti umani dell'Europarlamento, le sei organizzazioni(1) che integrano la Missione hanno emesso un pronunciamento a fronte di questa nuova ondata di omicidi.
Oltre a condannare energicamente quanto successo i giorni 14 e 15 di agosto, esigono una "immediata" ed esaustiva investigazione di tutti i crimini commessi nel Bajo Aguán, ed esprimono la loro preoccupazione "per il rischio di nuovi atti di violenza e repressione" nella cornice della nuova militarizzazione.
Ugualmente, hanno reiterato che sarà possibile trovare un'uscita pacifica del conflitto agrario solo "mediante l'avviamento di politiche pubbliche che rispettino e compiano gli obblighi internazionali di diritti umani sottoscritti dall'Honduras", includendo tra gli altri la protezione del diritto alla vita, lo sradicamento dell'impunità, il controllo della sicurezza pubblica e privata, il diritto all'alimentazione e l'accesso alla terra.
Hanno considerato anche necessario ridefinire l'orientazione dello sviluppo rurale vigente, "cambiando da un modello basato nell'agro-commercio e l'accaparramento di terre a politiche che fomentino l'agricoltura contadina sostenibile."
(1) Organizzazioni firmatarie del pronunciamento internazionale
sulla situazione Bajo Aguan:
APRODEV(Asociación de Agencias de Desarrollo ligadas al Concejo Mundial de Iglesias)
CIFCA (Iniciativa de Copenhague para América Central y México)
FIAN Internacional (Organización Internacional por el Derecho a la Alimentación)
FIDH (Federación Internacional de Derechos Humanos)
La Vía Campesina Internacional
Rel-UITA (Regional latinoamericana de la Unión Internacional de los Trabajadores de la Alimentación, Agrícolas, Hoteles, Restaurantes, Tabaco y Afines)
venerdì 29 luglio 2011
Israeliani non conformi al governo dell'ultra destra militare si muove qualcosa?
INDIGNATI ISRAELE: BASTA FONDI AI COLONI
Sempre più israeliani si chiedono se sia giusto finanziare la colonizzazione mentre migliaia di famiglie affogano nei debiti a causa del carovita e degli affitti in aumento. I medici hanno eretto una tenda di protesta sotto l’ufficio di Netanyahu per salvare il sistema pubblico di assistenza sanitaria.
di MARIO CORRENTI

Gerusalemme, 29 luglio 2011, Nena News – «Non riesco a capire perché tanti soldi pubblici debbano andare a coloni e agli insediamenti (nei Territori palestinesi occupati, ndr) mentre i nostri ragazzi in Israele non hanno lavoro e risorse per costruirsi un avvenire». A pronunciare stamani queste parole non è stato un israeliano di sinistra o un attivista e dei diritti dei palestinesi ma T.T. (ha chiesto l’anonimato), una tour operator di Gerusalemme Ovest. «I coloni hanno tutto o quasi gratis – ha aggiunto T.T. – come l’istruzione per i loro figli e i trasporti, pagano meno tasse e godono di tanti privilegi. E a pagare per loro siamo noi che versiamo le tasse allo Stato».
Parole che non sono frutto di un rifiuto ideologico della colonizzazione e degli abusi che subiscono i palestinesi sotto occupazione. Ma sono ugualmente pericolose per il governo di Benyamin Netanyahu che dell’intransigenza, della colonizzazione ebraica nei Territori occupati, della discriminazione verso i cittadini palestinesi di Israele e dell’attacco con leggi liberticide alla società civile democratica, ha fatto il suo programma sino ad oggi. Le considerazione fatte da T.T. sono la spia dell’attenzione crescente che gli israeliani della classe media mostrano verso l’enorme flusso di capitali pubblici che il governo dirotta verso le colonie e danno degli interessi del resto della popolazione. Condannata dalle risoluzioni internazionali e combattuta dai palestinesi, la colonizzazione cominciata ad incontrare opposizione, per ragioni economiche più che per quelle politiche, anche in quella parte di israeliani che raramente si pongono interrogativi sulla condizione di chi vive sotto occupazione militare e non simpatizzano per i palestinesi.
Il carovita e la protesta degli indignati di Tel Aviv e di altre città, si stanno rivelando il tallone di Achille di Netanyahu che per oltre due anni ha badato ben poco alla situazione interna del suo paese per concentrarsi sui modi e le strade per impedire la realizzazione dei diritti legittimi dei palestinesi. Il primo ministro pensava di potersi garantire un nuovo mandato puntando sull’abituale «pericolo esterno» e non ha visto che la classe media israeliana – il serbatoio di voti che lo aveva portato alla vittoria elettorale nel 2009 – è stata travolta dall’aumento del costo della vita, dai salari bassi e dal lavoro sempre più precario. Un errore che potrebbe rivelarsi fatale se il sindacato, mettendo da parte la sua inspiegabile cautela, deciderà di cavalcare la protesta popolare contro la politica economica del governo.
Ci sono anche i medici assieme agli «indignati». L’Associazione dei medici di Israele, dopo aver guidato una marcia di protesta fino a Gerusalemme, ha eretto una tenda davanti all’ufficio del premier per chiedere che venga impedita la fine del sistema pubblico di assistenza sanitaria e che la salute dei cittadini non venga affidata soltanto ai privati (con costi altissimi). Il presidente dell’associazione, Leonid Eidelman, intende consegnare a Netanyahu (che è ministro della salute ad interim) una petizione a sostegno della sanità pubblica firmata da decine di migliaia di persone. Molti medici, incluso Eidelman, fanno lo sciopero della fame da alcuni giorni. Almeno mille giovani medici hanno preparato lettere di dimissioni se le richieste presentate al governo non verranno accolte. All’ondata di proteste si associano ogni giorno nuovi gruppi. Decine di psicologi e psichiatri, per le stesse ragioni, si sono uniti agli indignati di Tel Aviv in Viale Rothschild. Anche le madri sono scese in strada con i passeggini per protestare contro l’alto costo dei nidi di infanzia e manifestanti ieri sono saliti ssul tetto della Borsa di Tel Aviv, per contestare la concentrazione della ricchezza, il potere dei monopoli, la sperequazione nei redditi e a favore del rilancio dello stato sociale.
Intanto la protesta per il caro-alloggi ha raggiunto anche la popolazione palestinese di Israele già gravemente discriminata, specie nel mondo del lavoro. A Baqa Al-Gharbiya vicina alle linee con la Cisgiordania, gli abitanti hanno eretto un accampamento sotto la direzione del Comitato Pubblico cittadino e dei movimenti giovanili. I palestinesi di Baqa denunciano la demolizione di case arabe e l’alto costo dei terreni e accusano Netanyahu di guardare solo ai bisogni della maggioranza ebraica.
Gerusalemme, 29 luglio 2011, Nena News – «Non riesco a capire perché tanti soldi pubblici debbano andare a coloni e agli insediamenti (nei Territori palestinesi occupati, ndr) mentre i nostri ragazzi in Israele non hanno lavoro e risorse per costruirsi un avvenire». A pronunciare stamani queste parole non è stato un israeliano di sinistra o un attivista e dei diritti dei palestinesi ma T.T. (ha chiesto l’anonimato), una tour operator di Gerusalemme Ovest. «I coloni hanno tutto o quasi gratis – ha aggiunto T.T. – come l’istruzione per i loro figli e i trasporti, pagano meno tasse e godono di tanti privilegi. E a pagare per loro siamo noi che versiamo le tasse allo Stato».
Parole che non sono frutto di un rifiuto ideologico della colonizzazione e degli abusi che subiscono i palestinesi sotto occupazione. Ma sono ugualmente pericolose per il governo di Benyamin Netanyahu che dell’intransigenza, della colonizzazione ebraica nei Territori occupati, della discriminazione verso i cittadini palestinesi di Israele e dell’attacco con leggi liberticide alla società civile democratica, ha fatto il suo programma sino ad oggi. Le considerazione fatte da T.T. sono la spia dell’attenzione crescente che gli israeliani della classe media mostrano verso l’enorme flusso di capitali pubblici che il governo dirotta verso le colonie e danno degli interessi del resto della popolazione. Condannata dalle risoluzioni internazionali e combattuta dai palestinesi, la colonizzazione cominciata ad incontrare opposizione, per ragioni economiche più che per quelle politiche, anche in quella parte di israeliani che raramente si pongono interrogativi sulla condizione di chi vive sotto occupazione militare e non simpatizzano per i palestinesi.
Il carovita e la protesta degli indignati di Tel Aviv e di altre città, si stanno rivelando il tallone di Achille di Netanyahu che per oltre due anni ha badato ben poco alla situazione interna del suo paese per concentrarsi sui modi e le strade per impedire la realizzazione dei diritti legittimi dei palestinesi. Il primo ministro pensava di potersi garantire un nuovo mandato puntando sull’abituale «pericolo esterno» e non ha visto che la classe media israeliana – il serbatoio di voti che lo aveva portato alla vittoria elettorale nel 2009 – è stata travolta dall’aumento del costo della vita, dai salari bassi e dal lavoro sempre più precario. Un errore che potrebbe rivelarsi fatale se il sindacato, mettendo da parte la sua inspiegabile cautela, deciderà di cavalcare la protesta popolare contro la politica economica del governo.
Ci sono anche i medici assieme agli «indignati». L’Associazione dei medici di Israele, dopo aver guidato una marcia di protesta fino a Gerusalemme, ha eretto una tenda davanti all’ufficio del premier per chiedere che venga impedita la fine del sistema pubblico di assistenza sanitaria e che la salute dei cittadini non venga affidata soltanto ai privati (con costi altissimi). Il presidente dell’associazione, Leonid Eidelman, intende consegnare a Netanyahu (che è ministro della salute ad interim) una petizione a sostegno della sanità pubblica firmata da decine di migliaia di persone. Molti medici, incluso Eidelman, fanno lo sciopero della fame da alcuni giorni. Almeno mille giovani medici hanno preparato lettere di dimissioni se le richieste presentate al governo non verranno accolte. All’ondata di proteste si associano ogni giorno nuovi gruppi. Decine di psicologi e psichiatri, per le stesse ragioni, si sono uniti agli indignati di Tel Aviv in Viale Rothschild. Anche le madri sono scese in strada con i passeggini per protestare contro l’alto costo dei nidi di infanzia e manifestanti ieri sono saliti ssul tetto della Borsa di Tel Aviv, per contestare la concentrazione della ricchezza, il potere dei monopoli, la sperequazione nei redditi e a favore del rilancio dello stato sociale.
Intanto la protesta per il caro-alloggi ha raggiunto anche la popolazione palestinese di Israele già gravemente discriminata, specie nel mondo del lavoro. A Baqa Al-Gharbiya vicina alle linee con la Cisgiordania, gli abitanti hanno eretto un accampamento sotto la direzione del Comitato Pubblico cittadino e dei movimenti giovanili. I palestinesi di Baqa denunciano la demolizione di case arabe e l’alto costo dei terreni e accusano Netanyahu di guardare solo ai bisogni della maggioranza ebraica.
domenica 15 maggio 2011
martedì 10 maggio 2011
Continúan ataques a periodistas en Honduras, durante visita de Uribe y Slim
Recientes ataques a periodistas han sido reportados en Honduras especialmente durante los dos días de una conferencia para promover los negocios a la que asistieron el magnate mexicano Carlos Slim y el ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ambos actuando como principales portavoces de la iniciativa del régimen de Pepe Lobo y el Departamento de Estado de EE.UU.
Un camarógrafo de TV globo, Udiel Gudiel Rodriguez, recibió una paliza durante la cobertura de un acto represivo en las cercanías de la conferencia, en la Universidad pública del Valle de Sula, el camarógrafo seguía de primera mano la represión, cuando un agente policial noto su presencia y con garrote en mando empezó la golpiza contra el joven, según varios testigos, al acto se unieron al menos quince agentes que continuaron la golpiza, quitándole la cámara y arrastrándolo por el suelo.
En días anteriores, Udiel había sido agredido en Tegucigalpa cuando cubría las manifestaciones de la resistencia hondureña, en esa ocasión fue amenazado "te vamos a pelar", le dijeron los policías, ante esta amenaza frontal el camarógrafo presentó formal denuncia ante el COFADEH.
Por otro lado hubo denuncias de la colaboradora de Radio Uno, Silvia Ardón, quien mientras buscaba información acerca de los detenidos durante la conferencia fue agredida por agentes de la Policía Nacional. Esto ocurrió cuando días antes el director de esa misma radio, Arnulfo Aguilar sufrió un atentado de asesinato en su propia casa. En ese momento Aguilar ya tenía medidas cautelares por la corte interamericana de derechos humanos debido a todas las situaciones de este tipo por las cuales él y su equipo han sufrido en los últimos meses.
Un camarógrafo de TV globo, Udiel Gudiel Rodriguez, recibió una paliza durante la cobertura de un acto represivo en las cercanías de la conferencia, en la Universidad pública del Valle de Sula, el camarógrafo seguía de primera mano la represión, cuando un agente policial noto su presencia y con garrote en mando empezó la golpiza contra el joven, según varios testigos, al acto se unieron al menos quince agentes que continuaron la golpiza, quitándole la cámara y arrastrándolo por el suelo.
En días anteriores, Udiel había sido agredido en Tegucigalpa cuando cubría las manifestaciones de la resistencia hondureña, en esa ocasión fue amenazado "te vamos a pelar", le dijeron los policías, ante esta amenaza frontal el camarógrafo presentó formal denuncia ante el COFADEH.
Por otro lado hubo denuncias de la colaboradora de Radio Uno, Silvia Ardón, quien mientras buscaba información acerca de los detenidos durante la conferencia fue agredida por agentes de la Policía Nacional. Esto ocurrió cuando días antes el director de esa misma radio, Arnulfo Aguilar sufrió un atentado de asesinato en su propia casa. En ese momento Aguilar ya tenía medidas cautelares por la corte interamericana de derechos humanos debido a todas las situaciones de este tipo por las cuales él y su equipo han sufrido en los últimos meses.
domenica 17 aprile 2011
Intervista a Vittorio Arrigoni
Ricordando Vittorio. Con la Palestina nel cuore, sforzandoci di restare umani
sabato 9 aprile 2011
Honduras:Il regime vuole criminalizzare e disarticolare la protesta
Organizzazioni sociali si dichiarano impotenti di fronte a tanta violenza
Repressione in Honduras (Foto FNRP)
La repressione scatenata durante le ultime due settimane contro gli insegnanti honduregni non è stata solo generalizzata, ma ha avuto anche un forte grado di selettività che si è manifestata attraverso ripetuti e sistematici attacchi alle organizzazioni sociali.
“Ci troviamo di fronte a una strategia criminale che da una parte reprime in modo generalizzato nelle strade, mentre dall’altro attacca in modo selettivo le organizzazioni sociali e le persone che ne fanno parte", ha detto la coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), Bertha Oliva.
Lo scorso 30 marzo, la sede di Tegucigalpa del Sindacato dei lavoratori dell'industria delle bevande e simili, Stibys, è stata violentemente attaccata con bombe lacrimogene. Durante le prime ore del giorno successivo, sconosciuti hanno lanciato una pioggia di pietre contro le auto stazionate nel parcheggio dello Stibys.
“I poliziotti hanno iniziato a lanciare bombe lacrimogene e la gente si è dispersa. Molte persone hanno cercato rifugio nella nostra sede. Tutto l'edificio si è riempito di gas e molte persone hanno iniziato a stare male. Ho sentito che stavo soffocando e che la mia vita era in pericolo. Ciò che hanno fatto è un'assurdità”, ha ricordato Yolanda López, segretaria della sede centrale dello Stibys.
Dal colpo di Stato, le sedi dello Stibys e molti dei suoi membri hanno subito ripetuti attacchi.
“Abbiamo subito una persecuzione permanente. I corpi repressivi dello Stato e i gruppi paramilitari ci hanno attaccato con ordigni esplosivi, colpi di arma da fuoco, bombe lacrimogene e lancio di pietre. I nostri dirigenti hanno subito persecuzione e attentati. Lo stesso è accaduto a molte altre organizzazioni sociali e sindacali apertamente schierate contro il colpo di Stato.
Vogliono intimorirci e sfiancarci. La responsabilità di questa persecuzione e di ciò che accade nel paese è di Porfirio Lobo, dell'oligarchia nazionale e degli Stati Uniti”, ha detto il vicepresidente dello Stibys, Porfirio Ponce.
Commissione Vera sotto attacco
Durante l'ultima settimana, la Commissione Vera (CdV), entità creata per accertare le violazioni ai diritti umani commesse prima, durante e dopo il colpo di Stato e individuarne i responsabili materiali e intellettuali, ha subito quattro attacchi.
“Hanno lanciato un ordigno esplosivo sul tetto del nostro ufficio a San Pedro Sula e hanno lanciato pietre contro le finestre dell'ufficio nella capitale. Le persone che stanno raccogliendo le testimonianze nella città di Tela hanno inoltre subito gesti d’intimidazione da parte di militari”, ha detto Thomas Loudon, segretario esecutivo della Commissione Vera.
Ancora più grave è stato l'attacco portato da sei poliziotti in borghese contro Eddy Guifarro, membro della CdV.
“Mi hanno attaccato mentre ero in un taxi. Erano tutto armati e mi hanno puntato le pistole alla testa e al petto. Poi hanno iniziato a colpirmi sulla testa con il calcio delle pistole, ma per fortuna sono riuscito a scendere dal taxi.
Durante la violenta colluttazione sono riuscito a divincolarmi e a scappare. Mentre correvo, hanno esploso almeno dieci colpi. Non c’è dubbio che volessero sequestrami e chissà cosa sarebbe successo” ha detto Guifarro alla Lista Informativa.
In questo momento, il membro della CdV si sta riprendendo dalle gravi lesioni subite all’udito e alla testa ed è costretto a vivere in clandestinità per timore di nuovi attacchi. Ha comunque dichiarato di non essere disposto ad abbandonare la lotta per un vero cambiamento nel paese.
“Oggi più che mai sono convinto che ciò che sto facendo è giusto. In Honduras sono necessari profondi cambiamenti e raggiungeremo quest’obiettivo, costi quel che costi”, ha affermato Guifarro.
Gravi attentati contro lo Stibys, le radio comunitarie, minacce, sequestri - come la detenzione illegale di maestri e della dirigente garífuna Miriam Miranda - sono solo alcuni esempi della repressione selettiva che si è scatenata in Honduras.
Di fronte a questa situazione, la Commissione interamericana dei diritti umani, Cidh, ha espresso in un comunicato stampa la sua preoccupazione per “le continue violazioni ai diritti umani in Honduras” e per “l’uso sproporzionato della forza pubblica per reprimere le manifestazioni, per la mancanza d’indipendenza del potere giudiziario e per la situazione dei difensori dei diritti umani”.
“Tutti questi fatti non sono casi isolati, ma parte di una strategia del terrore. Ci troviamo di fronte a un progetto di criminalizzazione della protesta sociale e a un progetto di morte. Vogliono disarticolarci con attacchi che implicano un alto grado di cinismo e impunità”, ha concluso Bertha Oliva.
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua www.itanica.org )
Iscriviti a:
Post (Atom)



