sabato 30 giugno 2012

[BSANAZIONALE] NO ALLA MASSERIA, SI AL COTTIMO!




La discussione sull'apertura della Masseria Boncuri e sul lavoro di tutela dei lavoratori migranti di Nardò appare come una telenovela sudamericana. I personaggi si intrecciano e lo scaricabarile è la cifra di una volontà di non occuparsi di una seria tutela dei lavoratori. Si è detto che la colpa era prima del Prefetto, poi della Provincia e ora della Regione. Forse Boncuri non è una priorità oppure era una priorità non attivare la masseria e il processo di emersione che c'è stato negli ultimi anni.
 Si intravede, infatti, la volontà di normalizzare l'autonomia mostrata dai migranti nel prendere in mano il proprio destino. A tutto questo si deve aggiungere che  il metodo sviluppatosi per queste decisioni, quello dei tavoli tra istituzioni, sindacati e  associazioni datoriali, non è stato largo e partecipativo come in realtà la dimensione del fenomeno e la sua complessità avrebbero richiesto. Siamo sicuri infatti che i lavoratori avrebbero chiesto una deroga al contratto provinciale e l'inserimento del cottimo come calcolo del salario giornaliero?
 Questo è infatti quello che dichiara l'assessore Renna su un sito di informazione locale come resoconto del tavolo tenuto in Prefettura, alla presenza anche dell'Assessore Fratoianni. Se esiste questo accordo di deroga al contratto e di inserimento del cottimo perchè non renderlo pubblico? Magari i lavoratori possono farsi una idea su cosa si è deciso. In ogni caso l'introduzione del cottimo sarebbe non un avanzamento ma una legalizzazione dell'esistente: un arretramento fortissimo. Naturalmente ci auguriamo su questo punto di essere smentiti.
Sappiamo che per quanto riguarda la raccolta dei pomodori le aziende intendono utilizzare manodopera locale. Questo dato va letto sotto due differenti profili di analisi: da un lato nonostante la crisi i lavoratori italiani tornano a essere presenti  nei campi, grazie anche allo sciopero dei migranti che ha prodotto una emancipazione complessiva e non solo per se stessi, dall’altro mostra che il sistema produttivo intende il lavoro migrante maggiormente funzionale alla subalternità e fa uso della forza lavoro ricattata dalla Bossi-Fini per abbassare il costo del lavoro per tutti . Oggi i lavoratori migranti presenti a Nardò hanno bisogno di una solidarietà diffusa.  Sarebbe utile costruire una rete di sostegno per evitare l’isolamento di questi lavoratori.
Ci siamo convinti che le contraddizioni reali aperte dallo sciopero dell'estate del 2011 e l'esito dell'operazione SABR abbiano costituito il terreno per non decidere e non intervenire sulle questioni concrete. Non si è evidentemente riusciti a trovare la quadra fra la retorica del rispetto del lavoro e dei diritti e gli equilibri politici reali. Quelli che portano a dover scegliere da che parte stare. I migranti sono l'anello debole della catena, quindi il loro futuro è sacrificabile. Troppi sono stati i soggetti che volevano stare contemporaneamente da tutte e due le parti.
Nessuno, almeno pubblicamente, ha parlato del ruolo, a nostro avviso fondamentale, che possono svolgere i controlli sui luoghi di lavoro da parte delle autorità preposte. A prescindere dall'apertura della Masseria vogliamo sapere se si è predisposto un piano efficace di controlli sui luoghi di lavoro.
Di tutto questo non si è parlato. Chissà perchè!
Le liste di prenotazione sono uno strumento utile, ma crediamo insufficiente.
La raccolta sta iniziando a Nardò e a breve anche in altri luoghi della Puglia. Siamo all'ennesima stagione in cui si fa finta che il fenomeno non esista e che nessuno è deputato a porvi rimedio. Il fiume di parole su questa vicenda ha prodotto una sola cosa: tanta retorica e pochi fatti.

Finis terrae
Brigate di solidarietà attiva

mercoledì 27 giugno 2012

[bsa Abruzzo]campagna "parmigiano solidale"


Campagna “parmigiano solidale” acquistati e distribuiti 282 Kg di parmigiano reggiano e donati 500 € per la cassa di resistenza per le famiglie delle vittime del sisma.
Continua l’impegno delle Brigate di Solidarietà Attiva nelle zone colpite dal terremoto, in collaborazione con tante altre realtà e la popolazione del luogo: in particolare a Cavezzo(MO), Fossoli (MO), Carpi (MO), Rovereto di Novi (MO), Reggiolo (RE) con la realizzazioni e l’allestimento di spazi ricreativi per grandi e piccoli, cucine e spacci popolari. Inoltre, i militanti sul posto, con  più mezzi  distribuiscono giornalmente beni e materiali in base alle richieste, nella maggior parte dei casi nei territori dove non ci sono altri interventi in corso e nelle tendopoli autorganizzate ed autogestite dalle BSA stesse insieme agli Emiliani.
Sul nostro territorio abbiamo attivato una raccolta di beni di prima necessità e la Campagna “Parmigiano solidale che ha riscosso molto interesse. La settimana scorsa ci siamo recati nelle zone colpite dal sisma per la consegna dei materiali raccolti e siamo tornati in Abruzzo con 282 Kg di parmigiano reggiano del Caseificio sociale “4 Modonne” di Lesignana (MO), uno dei 2 caseifici sociali del Consorzio del parmigiano reggiano insieme al Caseificio Razionale Novese  di Novi di Modena con i quali collaboriamo. In un momento di crisi generalizzata la solidarietà è il primo elemento di risposta e il primo collante tra le persone per superare i momenti difficili, l’iniziativa di acquisto del parmigiano va in questa direzione e siamo pronti a riproporla nei prossimi giorni per dare continuità alla solidarietà ed attivare circuiti di distribuzione alternativi alle Grande distribuzione organizzata.
Inoltre con una piccola maggiorazione sul prezzo del parmigiano siamo riusciti a contribuire con 500 € alla cassa di resistenza per i famigliari delle vittime del terremoto, per la maggior parte operai colpiti durante le ore di lavoro dalle macerie dei capannoni industriali. Come Brigate di Solidarietà Attiva Abruzzo insieme al Partito della Rifondazione Comunista, stiamo organizzando gruppi di Volontari per i campisono in partenza altri 7 volontari dalla Provincia dell' l’Aquila e altri si avvicenderanno nelle prossime settimane da tutto il territorio regionale.
Siamo in Emilia per sostenere la popolazione per evitare la militarizzazione dei campi come avvenuto a L’Aquila, per diffondere controinformazione, autorganizzazione delle popolazioni ed evitare le passerelle mediatiche della casta.
Ma soprattutto ci siamo per essere al fianco dei lavoratori, perché nonostante il sisma continua la vergogna delle delocalizzazioni, si diffonde la pratica delle liberatorie che cancellano ogni responsabilità dei datori di lavoro in caso di incidente sul luogo di lavoro e continuano i licenziamenti.


BRIGATE SOLIDARIETÀ ATTIVA ABRUZZO
Facebook: Brigata solidarietà attiva Abruzzo

lunedì 25 giugno 2012

[BSANAZIONALE] che ne sarà dalle Masseria Boncuri?


Masseria Boncuri Hotel
Tornano i braccianti a Nardò,
via alle trattative per l’accoglienza

“Accoglienza sì, accoglienza no” il dibattito tra le parti di queste settimane a Nardò.
Ancora una volta si guarda solo ai sintomi senza indagare le cause profonde e paradigmatiche del più ampio fenomeno dello sfruttamento del lavoro. Le responsabilità delle grandi aziende che, utilizzando il sistema del caporalato, fondano la propria produzione sullo sfruttamento sistematico di una forza lavoro emarginata e ricattabile, su cui si regge buona parte dell’economia italiana, si manifesta ogni anno anche a Nardò in maniera chiara e col suo carico di brutalità.
Lo scorso anno però questo sistema ha incontrato lavoratori degni che hanno deciso di non abbassare la testa e che potevano contare su un luogo, proprio la Masseria Boncuri, dove il fulcro cruciale dell’organizzazione dell’intervento era la difesa dei diritti e il contrasto al lavoro nero. I risultati di questa reciproca interazione tra lavoratori e associazioni hanno prodotto una chiara e definita emersione del fenomeno, della sua entità e delle dinamiche interne; una precisa definizione dei punti cruciali su cui intervenire per scardinare il fenomeno; una presa di posizione netta da parte dei lavoratori che chiedono dignità e rispetto.
Gestire un campo di accoglienza per lavoratori agricoli come quello di Nardò, così atipico nel suo genere, ha significato calarsi nella complessità del fenomeno per farne emergere le contraddizioni, impostando il lavoro sulla sensibilizzazione e l’esigibilità dei diritti. Lo sciopero autorganizzato e spontaneo dei braccianti di Nardò ha messo in luce con fragorosa determinazione un capillare sistema di sfruttamento della forza lavoro di cui i caporali stranieri sono sì responsabili, ma non rappresentano certamente il primo nodo del problema.
Il problema non è chi e se gestirà l’ accoglienza quest’anno alla Masseria Boncuri, ma come questa verrà formulata. l problema è che in un anno di tempo non c’è stata la volontà politica di migliorare, potenziandolo, quel particolare modello di accoglienza basato sull’auto organizzazione dal basso  dei lavoratori, portato avanti da Finis Terrae e dalle BSA negli ultimi due anni.
Il problema è che se  almeno i braccianti venissero pagati regolarmente secondo il compenso previsto dal contratto provinciale, non sarebbe necessario pensare all’accoglienza spendendo ingenti quantità di denaro pubblico. Non che il rispetto del contratto rappresenti in sé la soluzione al problema dello sfruttamento del lavoro, ma di certo sarebbe un buon passo avanti rispetto alla ricattabilità incontrollata e la totale assenza di diritti.
Ci auguriamo che la Masseria Boncuri non finisca gestita secondo un modello normalizzante e passivo, che fiacchi o addirittura ostacoli le rivendicazioni dei braccianti. Ancora una volta c'è da domandarsi se ha più valore mantenere in piedi un sistema economico locale di questo tipo o dare un maggior valore alla liberazione degli uomini dallo sfruttamento, affrontando un percorso di radicale lotta al caporalato. Ancora una volta c'è da domandarsi se vale più il profitto o la dignità dell'uomo.


Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro degli stranieri in agricoltura è diffusissimo su tutto il territorio italiano e non si esaurisce certo nel settore agricolo (anche se in questo caso i braccianti sono l’anello più debole e ricattabile). Lo sfruttamento che avviene nelle campagne del sud ha le stesse cause di quello che, pur con diverse modalità, avviene nelle cooperative della logistica al nord, così come nel resto del Paese. Nardò non è che un esempio tra molti: le pratiche sviluppate alla Masseria Boncuri andrebbero modulate anche altrove, in una prospettiva di intervento più ampia che sia in grado di mettere in connessione l’intera filiera, costruendo percorsi di difesa dei diritti ed emancipazione.

Per risolvere realmente i problemi non si può continuare a mettere pezze ma bisogna andare all’origine, proporre alternative efficaci e dimostrare la volontà reale di intaccare il sistema.

BRIGATE DI SOLIDARIETA' ATTIVA

Un refusnik israeliano lotta con i palestinesi

Un refusnik israeliano lotta con i palestinesi
Yanin Mazor ha dichiarato di essere rimasto sconcertato negli ultimi mesi dallo sciopero della fame iniziato dai detenuti amministrativi palestinesi.

da Haaretz Daily Newspaper

Un soldato riservista delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che si era rifiutato di svolgere il servizio militare nell’esercito per protesta contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, ha iniziato uno sciopero della fame nella prigione militare con il quale ha detto di voler dare una dimostrazione di solidarietà nei confronti dei detenuti amministrativi palestinesi.
               mazor yaniv

Yaniv Mazor, un giovane di 31 anni residente a Gerusalemme, la settimana scorsa è stato condannato a 20 giorni di carcere per il suo rifiuto di prendere una qualche decisione, se essere un combattente o qualcosa d’altro, in quello ch’egli ha detto essere l’esercito di occupazione. Lunedì era stato trasferito nella prigione dell’IDF di Tzifin e il giorno seguente ha dato il via allo sciopero della fame. In una conversazione telefonica con l’avvocato difensore Michael Sfard, fatta venerdì, Mazer ha dichiarato “di essere rimasto sconvolto negli ultimi mesi dallo sciopero della fame incominciato dai prigionieri amministrativi palestinesi, ma che non aveva potuto fare molto al riguardo.”

“Ho deciso di dare inizio allo sciopero della fame in solidarietà [con i palestinesi], per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della detenzione amministrativa, e non per suggerire una mia versione personale, “ ha aggiunto Mazor. Il soldato riservista dell’IDF ha soggiunto di essere stato incarcerato “ di mia spontanea volontà, per aver fatto qualcosa per la quale capisco debba pagare un prezzo. Lo sciopero della fame è una protesta nei confronti delle detenzioni amministrative.”

Gli amici di Mazor della ONG di sinistra dei Ta’ayush  hanno affermato di aver appreso che il soldato di riserva era stato posto in isolamento dopo che si era rifiutato di indossare la divisa del carcere, nonché di rivolgersi ai comandanti della prigione facendo uso dei loro gradi ufficiali. Gli attivisti Ta’ayush hanno pure raccontato che i funzionari della prigione avevano annullato la riduzione automatica della pena (un giorno ogni 10), per motivi non specificati.

Mazor, guida turistica di professione, tra il 1999 e il 2002 aveva prestato servizio nei corpi corazzati, con la maggior parte del suo compito svolto nella Valle del Giordano e un po’ nella West Bank. Sei o sette volte aveva pure fatto rapporto al servizio della riserva, quando, come disse al giornalista Hagai Matar, la questione dell’occupazione dei territori aveva cominciato a infastidirlo sempre di più. “Sono arrivato nell’esercito come un tipico prodotto del sistema,” ha dichiarato a Matar, “un bravo ragazzo che presta servizio nei territori, facendo quello che gli viene detto. Senza pensare. Per lo più senza pensare.”

Secondo Mazor, egli aveva provato anche la cosiddetta “insubordinazione grigia”, in cui il soldato non rende pubblico il suo rifiuto. Tuttavia, dopo essere ritornato da un viaggio all’estero della durata di un anno, aveva deciso che non avrebbe più potuto “riprendere l’apparenza.” In un primo momento, quindici giorni fa, è stato condannato a  15 giorni di sospensione condizionale della pena a seguito dell’annuncio del suo rifiuto a prestare servizio. Sfard ha riferito che il comandante del battaglione aveva detto a Mazor “di andare a casa e di pensarci su.”
                      hebron-settlers-slogans

“Yaniv mi ha detto di aver fatto, nel fine settimana, un viaggio ad Hebron con il Breaking the Silence – una ONG che raccoglie le testimonianze di soldati dell’IDF relative al servizio prestato nei territori occupati – e con i Ta’ayush nelle Colline a Sud di Hebron,” ha raccontato Sfard, aggiungendo: “Il suo modo di pensare non è cambiato in quei due giorni, come pure la sua posizione in merito all’insubordinazione.” Allora gli è stato ordinato la domenica di ritornare alla base dove il comandante di brigata lo ha condannato. Secondo Mazor, il comandante lo avrebbe informato che avrebbe continuato a ricevere la convocazione per il servizio militare.

In risposta, l’IDF ha confermato che il soldato era stato incarcerato e condannato a restare in una prigione militare, ma ha aggiunto che per rispetto della vita privata del soldato, non ci sarebbe stata alcuna discussione sui dettagli del caso.
 

I drusi e il servizio militare in Israele



I drusi e il servizio militare in Israele.

di Samer Swaid – Comitato di Iniziativa Drusa
Studi dimostrano che, se avessero la possibilità di scegliere, due terzi dei giovani drusi non si arruolerebbero nell’esercito israeliano. Questo dato è indicativo del grande successo ottenuto del Comitato di Iniziativa Drusa nella sua lotta, pur con gli scarsi mezzi a disposizione, contro le istituzioni dello stato e l’educazione militarista che questo impone nelle scuole druse, contrariamente a tutti i valori dell’insegnamento.
                                                      druze_memorial
Memoriale ai drusi uccisi mentre prestavano servizio militare (foto: Wikipedia)

La minoranza araba drusa è uno dei gruppi palestinesi che vivevano nell’attuale territorio di Israele prima che avesse inizio l’immigrazione sionista. Fin dagli anni ’30, la leadership ebraica in Palestina aveva contratto legami con i membri dei gradini più bassi della leadership della comunità drusa. Più tardi, lo stato israeliano rovesciò la vecchia leadership drusa e mise al suo posto dei collaborazionisti. Questo passaggio e la facilità con la quale lo stato fu in grado di realizzarlo senza che la comunità opponesse un rifiuto a collaborare con la nuova leadership, vennero accolti in modo significativamente critico all’interno della comunità drusa. Tuttavia, la nuova leadership, con l’aiuto dello stato, fu in grado di sopprimere le voci di dissenso e di protesta che si appellavano ad una identità drusa maggiormente attiva nei confronti dello stato o ad una più consistente solidarietà tra i drusi e gli altri palestinesi presenti in Israele.

Un’altra strategia utilizzata dallo stato fu quella di aizzare i drusi contro i loro fratelli arabi, facendo apparire la fede drusa come unica e distinta dall’islam. Questo portò all’applicazione di una politica del “divide et impera” il cui scopo fu quello di separare i drusi dagli altri israeliani palestinesi.  Tale politica s’ingegnò pure  nell’assicurare ai drusi migliori condizioni, fornendo loro finanziamenti e sostegni politici maggiori che non agli altri palestinesi, registrandoli nei documenti di identità ufficiali come gruppo etnico-religioso distinto (“Druso”, non “Arabo”) e creando per loro un sistema educativo separato, in cui viene rimarcato il particolarismo druso. Tale politica condusse ad un incremento dell’israelizzazione dei drusi, facendo entrare a forza in loro l’idea che nel conflitto mediorientale,  drusi ed ebrei condividevano gli stessi interessi contrariamente ai palestinesi e agli arabi. Questa politica portò sia lo stato che la leadership tradizionale della comunità drusa a capire che si sarebbe dovuta richiedere ai maschi drusi la coscrizione ( che non era pretesa dagli altri palestinesi), che in effetti venne istituita nel 1956.

Ancor quando la coscrizione veniva applicata nei confronti dei drusi maschi, la comunità si mostrò considerevolmente restia all’idea. Il libro di Hillel Cohen, Buoni Arabi (la cui versione in inglese è stata pubblicata dalla University of California Press nel 2010) ha un capitolo dedicato alla resistenza nei confronti di tale disposizione manifestatasi nei primi giorni. Questa resistenza prese la forma di incontri e di petizioni inoltrate a tutte le persone che occupavano nel paese posizioni decisionali. Il 1958 vide la fondazione dell’Organizzazione del Popolo Giovane dei Drusi Liberi, che si oppose alla coscrizione e invitò al rifiuto di entrare nell’esercito. Tra i fondatori c’erano i poeti Samih al-Qasim e Naef Salim e lo scrittore Muhammad Nafaa (attualmente segretario del Partito Comunista Israeliano). L’organizzazione divenne popolare tra le generazioni più giovani della comunità drusa. Essa agì di nascosto, date le condizioni determinate dalla legge marziale imposta a quel tempo nei confronti degli israeliani palestinesi. Più tardi, i membri di questa organizzazione, insieme allo Sheick Farhoud Farhoud, il cui figlio convocato per l’arruolamento si era rifiutato, fondarono il Comitato di Iniziativa Drusa con il sostegno del Partito Comunista Israeliano. Questo successe il 15 marzo 1972 – più di 40 anni fa.

Il Comitato di Iniziativa Drusa, nel quale ho l’onore di svolgere la funzione di segretario e le cui attività sono lieto di coordinare, si è posto come obiettivo quello di fare appello per il rifiuto e di sostenere coloro che ricusano di fare il servizio militare nell’esercito. Studi, come quello svolto nel 2010 dal professor Majid Al-Haj dell’Università di Haifa, rivelano che due terzi dei giovani drusi, se potessero scegliere, non si arruolerebbero. Questo dato è indicativo del grande successo ottenuto dal Comitato di Iniziativa Drusa nella sua lotta, pur con gli scarsi mezzi a disposizione, contro le istituzioni dello stato e l’educazione militarista che questo impone nelle scuole druse, contrariamente a tutti i valori dell’insegnamento. La “indagine sulla forza della nazione”, che viene presentata annualmente alla “Conferenza di Hertzaliya” (un raduno molto importante di esperti di “sicurezza nazionale”) da due anni ad oggi sta mettendo “in guardia” sul fatto che lo stato sta “perdendo” la popolazione drusa, e che sempre meno drusi si considerano patrioti israeliani. Ci sono ragioni oggettive di questo discostarsi dei drusi dai legami con l’esercito, che hanno a che fare con la politica di tutti i governi israeliani che attua discriminazioni con i drusi così come lo fa nei confronti di tutti gli altri arabi cittadini di Israele, nonostante il loro servizio di leva. Noi lavoriamo, in seno al Comitato di Iniziativa Drusa, per una demilitarizzazione della società e ci diamo da fare per porre questa richiesta all’ordine del giorno. Lavoriamo con i genitori nelle scuole che cominciano a manifestarsi resistenti all’infiltrazione di valori militareschi nei contesti educativi – un’attività che gode di grande successo. Sosteniamo, inoltre, le varie lotte contro la confisca delle terre – una politica che sta strangolando rapidamente le città druse in Israele.

In anni recenti, si sono costituite altre due organizzazioni druse che pure supportano il rifiuto all’arruolamento, ma queste danno un particolare rilievo all’aspetto nazionale del rifiuto, mentre noi ci concentriamo di più sull’aspetto dell’obiezione di coscienza.

Nel corso degli anni, i Drusi che si sono rifiutati hanno subito duri trattamenti dal sistema militare. Hanno subito pene detentive doppie di quelle comminate agli altri che hanno opposto il rifiuto. Questo faceva parte di una politica finalizzata a spaventare, a intimidire i giovani drusi, e ad inviare loro un messaggio che chi non si arruola verrà punito severamente. A ciò si dovrebbero aggiungere le limitazioni imposte a coloro che hanno opposto il rifiuto in un secondo tempo. Al 2006, cosi si è calcolato, solo i giovani della cittadina di Peki’in ( con 5.500 abitanti, dei quali 3.800 sono drusi, e ad essere arruolati sono solo gli uomini) nel corso degli anni hanno trascorso un totale di 540 anni nelle prigioni militari. Questo andamento continua ancora oggi, anche se in modo diverso. Ora gli obiettori drusi vengono mandati in prigione per periodi più brevi, ma ci sono molti intervalli di tempo di questo tipo prima della scarcerazione, così invece di trascorre in prigione un anno come prima, tale intervallo oggi viene frazionato in 6 – 7 periodi più brevi.

Samer Swaid è il Segretario del Comitato di Iniziativa Drusa. Questo articolo era stato pubblicato in precedenza  da New Profile

domenica 17 giugno 2012

[BSA NAZIONALE] Chi fa da sè fa per tutti. Campi autorganizzati della bassa emiliana


Da più di tre settimane la bassa emiliana è costellata di accampamenti, centinaia di piccoli e grandi agglomerati di tende, camper, furgoni dove la gente vive perché non può o non vuole rientrare in casa. Le scosse del terremoto continuano, molte case sono state dichiarate inagibili, molte altre restano comunque vuote perché la gente ha paura di nuove scosse. 
A Cavezzo, S. Possidonio, Concordia, Mirandola, Finale Emilia, Reggiolo, numerosi campi della Protezione Civile e della Croce Rossa dispiegano la loro struttura “chiusa”, con le tendone blu in fila e le recinzioni tutto intorno. Nel frattempo a Fossoli, Carpi, Motta, S. Felice sul Panaro e in generale nella provincia di Modena, centinaia di altri campi spontanei e autogestiti ripartono da zero, evolvono in processi di auto-organizzazione e sperimentano nuove forme di socialità.

Libera Repubblica di Fossoli
Nel campo da calcio del Centro Sportivo di Fossoli alcune famiglie hanno piantato le tende dopo le forti scosse del 29 Maggio. In queste zone la Protezione Civile non è mai arrivata. Ci siamo capitati circa 10 giorni fa, durante un’esplorazione della “volante rossa”, i giri di monitoraggio che facciamo ogni giorno tra i paesi della zona per raggiungere chi non ha ancora alcun servizio. “Avete bisogno di qualcosa? In quanti siete?”, così è partita un’iniziale distribuzione di generi di prima necessità e tra uno scatolone e l’altro si è iniziato a parlare con la gente, a capire le necessità reali e ad essere presenti. Giorno dopo giorno si è creato un legame di solidarietà attiva e collaborazione che ad oggi è diventato un campo di 220 persone, italiani e stranieri, che vivono in completa autogestione con il nostro supporto. 
Il Comune concede lo spazio e collabora al reperimento di materiali e strutture dimostrandosi molto disponibile, mentre la CRI fornisce i pasti per tutti. La distribuzione dei pasti è gestita da noi e dalla popolazione, così come la zona mensa e le altre aree comuni dove a poco a poco una nuova socialità emerge e diventa assunzione collettiva. Dopo il terremoto molti emiliani hanno scoperto i nomi dei propri vicini di casa, si sono trovati a dividere spazi e servizi con chi fino al giorno prima era solo una faccia da salutare da lontano. E’ come se all’improvviso si fossero sparigliate le carte territoriali, convertendo destinazioni d’uso di edifici e strutture, ribaltando i luoghi della vita privata e pubblica: la gente abita fuori dalle case, mentre le amministrazioni e gli enti delineano nuovi spazi di vita collettiva; il centro dei paesi è zona rossa, il verde intorno è campo base, tutti insieme.

Dove la solidarietà e gli aiuti sono paritetici, dove i campi si organizzano a misura d’uomo e con il giusto spazio per le diversità, si creano luoghi in cui si fa da sé ma si fa per tutti. Al campo di Fossoli c’è uno spaccio popolare, dove quasi ogni giorno arrivano furgoni di materiali raccolti in tantissime città vicine o lontane, anche grazie alla collaborazione con altre realtà, associazioni, collettivi, centri sociali. Sveglia alle 6 per le colazioni, si sistemano i prodotti sugli scaffali e si apre lo spaccio. Al centro del campo da calcio c’è la tenda ludoteca, mentre nell’area mensa si svolgono attività ricreative e di intrattenimento, come lo spettacolo di Al(katraz) e Al(bicocca), due giocolieri arrivati da Belluno per far ridere adulti e bambini. Le psicologhe ed educatrici, contattate dal Comune su nostra richiesta per avviare un progetto estivo di ricreazione gratuito, ci dicono che l’atmosfera è sorprendentemente serena. Rimangono piacevolmente colpite dall’entusiasmo dei bambini che si divertono quando chiamiamo l’assemblea di campo, tutte le sere alle 22. Ci si confronta per aggiornarsi sugli aspetti organizzativi, discutere dei problemi e trovare soluzioni. Man mano che passano i giorni si ragiona meno di convivenza e rispetto, si assume che il problema della sicurezza e delle violazioni delle regole non si supera aumentando i controlli e introducendo sanzioni, ma vivendo il campo giorno per giorno e facendosi protagonisti delle sue dinamiche.
L'esperienza di Fossoli ci regala il valore dell’autodeterminazione, il senso delle relazioni di socialità e cooperazione come risorsa e processo, una ricchezza che si crea qui ed ora ma che potrà valere ancora, anche al di là dell’emergenza terremoto. 
 
 A Carpi l’aggregazione multiculturale
Al centro polisportivo comunale di via Sigonio il custode ci apre la stanza adibita a magazzino di raccolta e distribuzione materiali. In questo centro sono accampate circa 100 persone, alcuni italiani e moltissimi tra pakistani, marocchini, tunisini, algerini. Il custode ci dice che a Carpi non ci sono stati gravi danni, il terremoto ha buttato giù qualche comignolo, ha danneggiato il duomo e i merli del castello. Dice che le case sono agibili ma la gente non vuole rientrarci per paura, “prima o poi dovranno andarsene da qui”.
Una donna algerina si trova qui con il marito e la figlia quindicenne. Ci racconta che abitava in affitto a Carpi e che la sua casa è stata dichiarata agibile. “Ci hanno detto di rientrare nelle case, a tutti noi stranieri”, dice. Ma le scale del suo appartamento sono aperte, sul soffitto delle stanze ci sono quattro grosse crepe, non si fida a rientrare. Il terremoto ha danneggiato anche l’albergo dove lavorava, 12 ore al giorno con un contratto da 20 ore settimanali. La padrona di casa non può avviare i lavori adesso, così la donna sta pensando di partire: ci dice che l’Algeria sta mandando aiuti e degli aerei per riportare la propria gente a casa. Partiranno anche lei e la sua famiglia, anche se perderanno i quattro mesi di affitto anticipati e la caparra. “Qui ci abbiamo provato, ma continuiamo a pagare sempre. Alla fine non ci rimane più niente”.

Un funzionario del comune sostiene che a Carpi ci siano circa 200 campi spontanei. Qui non stanno arrivando aiuti, probabilmente nella speranza che la gente se ne vada, perché – dicono – le case sono agibili. Eppure le scosse sono ancora frequenti ed ogni volta bisognerebbe verificare da capo la tenuta degli edifici.

In questo accampamento vogliamo interagire con la popolazione cercando insieme il modo migliore per organizzare le cose. Ogni comunità o nazionalità ha individuato un referente, insieme si decide come contarsi per avere un’idea delle necessità e dei numeri. Portiamo materiali dai magazzini di Cavezzo e Fossoli, due volte al giorno. Lo spaccio popolare alla sera viene letteralmente assalito, parliamo con la gente per trovare il modo di far arrivare il necessario a tutti e non solo ai più veloci. Anche qui è in atto un processo di cooperazione, lentamente si costruiscono legami e interazioni, si sperimentano metodi di solidarietà tra pari e si gettano le basi per un’altra esperienza di autogestione.

Sgomberare gli accampamenti spontanei
L’impressione che abbiamo è che a poco a poco la gestione dell’emergenza verterà sulla chiusura degli accampamenti spontanei e l’accentramento della popolazione nei campi della Protezione Civile. Ci ha contattati un gruppo di psicologi del Comitato 3:32, che si formò a l’Aquila dopo il terremoto del 2009. Ci dicono di aver dato la propria disponibilità per attività di supporto nei campi della Protezione Civile, chiedendo se potevano essere utili. Pare che la risposta sia stata “certo, abbiamo bisogno di psicologi, soprattutto ora che inizieranno gli sgomberi”. In sostanza sembra che le direttive dall’alto fossero di iniziare, a partire da lunedì prossimo, a smantellare gli assembramenti autogestiti, cominciando dalla zona di Correggio. Stiamo tenendo monitorata la situazione, anche se ad oggi pare che l’allarme sia rientrato grazie all’immediata attivazione di altre amministrazioni comunali, associazioni e giornalisti. Saremo al fianco della popolazione nel caso in cui ci verrà richiesto, intanto teniamo gli occhi ben aperti.

Cavezzo

sabato 16 giugno 2012

[BSA NAZIONALE] SOLIDARIETà a BASIANO dalla RETE braccianti-militanti-piccoli produttori-consumatori


Comunicato di solidarietà con i lavoratori di Basiano.
La rete di lavoratori, produttori e consumatori, italiani e stranieri, esprime la sua totale solidarietà ai lavoratori di Basiano che lottano ogni giorno contro condizioni di lavoro e di vita che li vogliono sfruttati e silenziosi e che negli ultimi giorni hanno resistito alle violente cariche di polizia e carabinieri.
Da quattro anni, nelle cooperative della grande distribuzione del Nord Italia, centinaia di lavoratori, principalmente immigrati, hanno alzato la testa e si sono organizzati, con il sostegno di alcuni sindacati di base, per dire basta allo sfruttamento imposto dal capitale privato ed al precariato di Stato a cui sono costretti tramite la complessa catena di esternalizzazioni ed appalto di servizi.
La lotta di questi lavoratori è emblematica e rappresentativa dei costanti attacchi a cui sono sottoposti i lavoratori, immigrati e non; gli stessi attacchi che da diversi anni, come rete nazionale, denunciamo dalle campagne di tutta Italia,  come braccianti, contadini, militanti, a partire dalla oramai nota rivolta di Rosarno.
Questi lavoratori soffrono per le sistematiche violazioni dei propri diritti e si ritrovano ad essere parte  della stessa filiera, che comincia appunto nelle campagne con la produzione e la raccolta, attraversa l’intero Paese, e non solo, a bordo di camion e treni, e termina sugli scaffali dei grandi centri commerciali, grazie a lavoro di facchini e magazzinieri, stritolati negli ingranaggi di quella macchina di sfruttamento denominata Grande Distribuzione Organizzata.
Una filiera questa, lunga e piramidale, dove naturalmente si insediano precariato, sfruttamento e caporalato, e dove la contrazione dei costi di produzione si pratica solo ai danni della forza lavoro. Meccanismo questo che è stato possibile attivare grazie ad una “regolamentazione selvaggia” dei rapporti di lavoro, iniziata diversi anni fa in questo paese e che con l’attuale crisi economico-finanziaria ha trovato maggiore spazio e giustificazione, anche per mezzo di sedicenti cooperative che tanto nelle campagne quanto nelle metropoli altro non rappresentano che una forma legalizzata di caporalato.
Siamo dunque convinti che la ricomposizione, l’organizzazione e l’unità dei lavoratori tutti, italiani e stranieri, impiegati (e sfruttati) nelle campagne, così come nelle centinaia di cooperative - che oramai gestiscono ogni servizio in questo paese - è ora più che mai necessaria, per lottare insieme, contro il precariato, lo sfruttamento, i manganelli e gli arresti.
M.A.I.S. – Movimento per l’Autosviluppo l’Interscambio e la Solidarietà; B.S.A. - Brigate di Solidarietà Attiva; O.M.B.- Osservatorio Migranti Basilicata; c.s.o.a. eXSnia; Osservatorio Antirazzista Territoriale -Tor Pignattara; EQUOSUD–auto produzioni equo e solidali; AFRICALABRIA- donne e uomini senza frontiere, per la fraternità; c.s.o.a Angelina Cartella- Reggio Calabria.